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Trentino, martedì 24 ottobre 2017
Boato: «Stupisce che il Bruno torni violento»
L’analisi di uno dei protagonisti della contestazione del ’68: «Ora dall’Università contributi validi»
dal Trentino di martedì 24 ottobre 2017

Marco Boato la contestazione a Trento l’ha vissuta nel ’68. A lui, da studioso e da uomo politico, abbiamo chiesto un commento su quanto è accaduto in questi giorni, sulla violenza per le vie della città.

Boato che ne pensa del ritorno della contestazione in strada, cui stiamo assistendo in questi giorni?
«Penso che la violenza politica sia il modo sbagliato per combattere il neo-fascismo, a meno che questo non metta in atto a sua volta atti di violenza politica. Ovviamente le mie posizioni sono lontane anni-luce da quelle del gruppo neo-fascista di “Forza Nuova’” e io penso che la legge sullo “ius soli” sia una misura di civiltà, che mi auguro venga approvata al più presto dal Senato. Ma una raccolta di firme, per quanto non condivisa, non può essere contrastata con atti di violenza, come è accaduto per due volte di seguito sabato pomeriggio in centro città a Trento.
È davvero paradossale che si sia trattato di una duplice aggressione, una di seguito all’altra, ma una indipendente dall’altra. E che poi ci siano stati altri atti conseguenti anche la notte successiva, sempre mascherati con i passamontagna».

Si tratta di gruppi, pensiamo in particolare a quello anarchico, presente in Trentino da anni. Ci sono fatti nuovi o condizioni politiche che ne giustificano il neo attivismo?
«Personalmente mi sono meravigliato che il primo episodio di aggressione sia stato messo in atto da appartenenti al “Centro Bruno”. Anch’io ero stato vittima di una aggressione da parte loro molti anni fa, nel 2001, nel corso di un convegno dei Verdi al centro S. Chiara, anche allora col passamontagna. All’epoca mi rifiutai di sporgere denuncia, anche se venni ben presto a sapere chi ne era stato l’autore, che prima si era nascosto nei bagni insieme a una sua compagna. Poiché negli ultimi anni il “Centro Bruno” aveva cambiato metodi, senza più ricorrere alla violenza, mi stupisce quello che alcuni di loro hanno fatto sabato, trovando subito la solidarietà degli altri. Per quanto riguarda i cosiddetti “anarco-insurrezionalisti”, che sono presenti sia a Trento che a Rovereto, talvolta si limitano a proteste pacifiche, ad esempio contro la TAV o recentemente contro il “vallo-tomo” di Mori, altre volte ricorrono ad azioni di violenza, che con la più autentica tradizione anarchica hanno poco a che fare».

L'Università, un tempo pensatoio e allo stesso modo laboratorio della contestazione, non le sembra stia vivendo un momento di relativo silenzio?
«Se questo significa che dentro l’Università non ci sono gruppi che adottano metodi violenti, è un fatto molto positivo. Ma ci sono associazioni e movimenti a livello universitario che sono attivi nel dibattito e nelle proposte politiche, riguardanti sia l’Università che la società, e questo è un segno di maturità politica e un contributo alla crescita civile».

Lei sta scrivendo un libro sul '68, con quale approccio?
«L’anno prossimo, 2018, sarà il cinquantenario dei movimenti, italiani e mondiali, del ’68. L’editrice “La Scuola” di Brescia, che nel 2015 ha già pubblicato il mio libro “Alexander Langer, costruttore di ponti”, mi ha chiesto mesi fa di scriverne ora uno appunto sul ’68. Si intitolerà “Il lungo ‘68”, perché parte dall’inizio degli anni ’60, si focalizza in particolare sul ’68, che fu un movimento dirompente su scala internazionale, dall’Europa all’America al Giappone, e arriva fino al movimento del ’77, che fu invece un fenomeno solo italiano.
Non si tratta di un libro nostalgico o “celebrativo”, ma di una ricostruzione storico-politica col distacco critico che si impone a mezzo secolo di distanza. Ovviamente ho scritto molto anche su Trento e sulla allora unica facoltà di Sociologia, che qui ne fu protagonista, ma anche sui movimenti in altre città italiane e in molti paesi».

 

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