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Trento, 29 novembre 2017
BOATO: «’68: QUELL’ANNO FU IMPORTANTE MA NON HO NOSTALGIE»
«Adesso nutro per quell’epoca un sentimento di attenzione critica.
Trento fu trasformata dal Sessantotto: in tutti i settori. E diventò davvero una città vivace»

intervista a Marco Boato del Trentino di mercoledì 29 novembre 2017

Non si può scrivere del Sessantotto a Trento senza scrivere di Sociologia. Ma non si può scriverne senza ricordare che cosa era Trento allora. E che cosa stava accadendo.

Marco Boato che cos’era per voi il Sessantotto nel Sessantotto?
Allora non ci pensavo, nessuno di noi pensava al Sessantotto, stavamo solo vivendo intensamente.

E ora che cos’è il Sessantotto per Boato?
Provo un sentimento di distacco critico, anzi no, è più corretto dire di “attenzione critica”.

Quindi non furono “formidabili quegli anni”?
Non sono nostalgico, non ho mai condiviso l’atteggiamento di Mario Capanna: no, formidabili no. Diciamo invece che si tratta di un triennio di grandissima importanza, una svolta epocale trentina, italiana e mondiale all’insegna dell’antiautoritarismo nelle scuole, nell’università, nelle fabbriche, negli ospedali, nelle carceri...

Un’epoca importante, ma non rivoluzionaria.
Direi che a Trento fu un’esperienza non rivoluzionaria ma riformista avanzata.

Nel Sessantotto non avrebbe certamente potuto dire “riformismo avanzato”.
Certo che no, ma soprattutto nella fase “aurorale” di “statu nascenti” come la definì Francesco Alberoni, gli studenti di Sociologia agirono davvero così, contrattando e concertando i cambiamenti.

Ma gli operai vi chiamavano “maoisti”.
Più esattamente, quando ci vedevano, dicevano: «Arrivano i maonisti». Io in realtà ero molto critico anche allora rispetto alla rivoluzione culturale cinese.

Marco Boato, classe 1944, arriva a Trento nel 1963. Che città trova?
Guardate, io sono stato accolto da Trento e amo questa città. L’ho eletta mia città adottiva. Però quando arrivai, va detto, era davvero grigia. Era grigia paesaggisticamente, dal punto di vista urbanistico, della vita sociale, culturale. Persino il mondo cattolico era grigio, perché contadino ma neppure così clericale come il mondo cattolico veneto, quello sì bigotto, che conoscevo.

E Trento cambiò proprio a partire dal ’68?
Sì, in quegli anni cambiò completamente. Nella vita culturale e nella vita civile, persino negli stili di vita è divenuta più vivace. E poi è cambiata molto dal punto di vista ecclesiale. Persino dal punto di visto urbanistico, ma questo è stato un merito successivo, soprattutto del sindaco Adriano Goio.

 

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