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Trento, 30 giugno 2017
I MIEI RICORDI DELL’IMPEGNO DI RODOTÀ
di Marco Boato
dal Trentino di venerdì 30 giugno 2017

Lunedì si sono tenuti all’Università La Sapienza di Roma i funerali “laici” di Stefano Rodotà, dopo che per due giorni la sua salma era stata esposta nella camera ardente nella sala Aldo Moro della Camera dei deputati, salutato da molti esponenti politici e istituzionali, a partire dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella e dall’ex presidente Giorgio Napolitano, ma anche da molti cittadini e dai suoi ex studenti. Rodotà era morto a Roma venerdì 23: un grande giurista, che ha lasciato un segno profondo nella storia italiana ed europea.

Personalmente ho provato un grande dolore e un profondo rammarico per la sua scomparsa. Era rimasto attivo politicamente e intellettualmente quasi fino alla fine, nonostante una lunga malattia che aveva mantenuto coperta dalla riservatezza, con quel diritto alla “privacy” di cui era stato il primo Garante nazionale dal 1997 al 2005. Ma era stato anche uno degli autori della Carta europea dei diritti, poi incorporata nel Trattato di Lisbona dell’Unione europea e dal 1998 al 2002 coordinatore dei Garanti europei per la tutela della privacy.

Avevo conosciuto Stefano Rodotà a Roma nel 1977, in un convegno promosso dal Partito radicale di Marco Pannella, che avrebbe voluto candidarlo alle elezioni politiche del 1979, proprio per la profonda sintonia con le sue posizioni in materia di diritti civili, difesa dello Stato di diritto e della Costituzione.

Pur mantenendo stima e condivisione per le battaglie radicali, Rodotà preferì candidarsi come indipendente nel Pci, entrando per la prima volta in Parlamento come membro del Gruppo della Sinistra indipendente. In quello stesso 1979 io invece accettai la proposta di candidatura indipendente nelle liste radicali e fui eletto per la prima volta alla Camera, dove strinsi un forte rapporto di amicizia e collaborazione sui temi della giustizia con Stefano Rodotà.

Erano anni difficili, nel pieno di quelli che poi chiamati “anni di piombo”. Fu in quegli anni che Rodotà volle accompagnarmi alla redazione di “Repubblica”, per propormi come collaboratore con numerose opinioni che il giornale all’epoca mi pubblicò, grazie alla sua presentazione.

Con Stefano Rodotà condividemmo varie interpellanze e interrogazioni parlamentari sulla drammatica questione della tortura nei confronti di alcuni arrestati per terrorismo, quando iniziative di questo genere erano viste come pericolose per la lotta contro il terrorismo politico. Ma noi dicevamo che anche nella battaglia contro il terrorismo bisognava rispettare le garanzie costituzionali, per non rischiare di delegittimare lo Stato di diritto. E con Rodotà fummo anche promotori di una proposta di legge per incentivare la “dissociazione” dal terrorismo, distinta dal fenomeno del “pentitismo” che nei primi anni ’80 aveva cominciato a dilagare.

La nostra proposta di legge, che all’inizio non trovò molte condivisioni nell’ottava legislatura (1979-1983), fu invece approvata nella legislatura successiva, quando finalmente si capì che la “dissociazione” dal terrorismo poteva diventare una occasione molto importante per chiudere la tragica stagione degli “anni di piombo”. Su questi temi fummo comunque entrambi e insieme intervistati al TG2 di allora da Mario Pastore, con una scelta giornalistica non facile e coraggiosa.

Nel 1992-94 (undicesima legislatura) ci ritrovammo insieme a far parte della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali “De Mita-Iotti” e anche in quella occasione condividemmo alcune proposte emendative rispetto ad un progetto riformatore che fu bloccato anzitempo dalla conclusione anticipata della legislatura, all’epoca dell’esplosione del fenomeno di “Mani pulite”. Contrariamente a quanto si è detto e scritto di lui in epoca recente, Rodotà non era affatto contrario a possibili riforme costituzionali, ma si schierò l’anno scorso, nel 2016, per il No nella campagna referendaria sul progetto Renzi-Boschi, progetto che considerava sbagliato e pericoloso nel merito. E anche in questo caso ci trovammo accomunati dalla stessa posizione.

Qualche anno prima, nel 2013, Rodotà si trovò protagonista della campagna per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica, candidato nella “rete” dagli aderenti al M5S e da Beppe Grillo, il quale tuttavia – dopo il fallimento della sua candidatura, a seguito della ricandidatura di Giorgio Napolitano – lo sbeffeggiò pubblicamente con una frase indecente, qualificandolo come “ottuagenario miracolato dalla Rete, sbrinato di fresco dal mausoleo”. Rodotà non rispose e continuò, pur ottuagenario, il suo impegno per i diritti civili, per lo Stato di diritto e per la difesa della Costituzione, diventando nel 2016 uno dei protagonisti più autorevoli della campagna per il No nel referendum costituzionale, che prevalse col 60% dei voti dei cittadini.

Con la sua morte, l’Italia e l’Europa hanno perso un grande giurista e anche un uomo politico di elevatissima cultura, che per decenni ha segnato il dibattito pubblico sui temi della giustizia e della Costituzione, sui vecchi e nuovi diritti civili, sulla bioetica, su una concezione liberale, laica e aperta della “politica del diritto” (come non a caso si intitola una rivista da lui fondata).

Che la terra sia lieve sopra di lui.

Marco Boato

 

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