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Trento, 29 novembre 2012
Primarie del centrosinistra
Ecco la posta in palio del ballottaggio

di Marco Boato
da l’Adige di giovedì 29 novembre 2012

Le Primarie di domenica 25 novembre sono state indubbiamente un grande evento di partecipazione democratica, tanto più significativo in una fase storica di crisi della politica, di populismo giustizialista, di «antipolitica» spesso alimentata ad arte, di crescente astensionismo elettorale, di grande incertezza e confusione tra i cittadini. Sotto il titolo «Lo sconquasso delle primarie» il direttore dell’Adige Pierangelo Giovanetti ha giustamente commentato, martedì 26, che esse «hanno già cambiato la faccia del centrosinistra e dello stesso Partito democratico».

Sia a livello nazionale sia in Trentino la partecipazione è stata inferiore a quella verificatasi nel 2005, con le Primarie che sancirono la rinnovata candidatura di Romano Prodi alla Presidenza del Consiglio. Ma in quella occasione lo schieramento della coalizione di centrosinistra era molto più ampio, e questo è stato un limite oggettivo delle attuali Primarie, che hanno compreso un ambito più ristretto di forze politiche. Tanto più che non è ancora pienamente definita – anche in attesa della nuova legge elettorale, scandalosamente ancora incerta a pochi mesi dalle elezioni – la composizione della coalizione di centrosinistra che si presenterà alle elezioni politiche del 2013. Inoltre, nel 2005 non era ancora esplosa la crisi della politica e il discredito istituzionale, che hanno caratterizzato in modo crescente gli ultimi anni e soprattutto gli ultimi mesi.

Credo non sia immaginabile che il centrosinistra possa pensare di vincere le prossime elezioni politiche con uno schieramento che, allo stato attuale, si aggira attorno al 35% del consenso potenziale, tenendo anche conto dell’attuale disgregazione del centrodestra, che è difficilmente immaginabile possa perpetuarsi fino alle elezioni politiche. E non sarebbe neppure utile al buon funzionamento del sistema democratico e della democrazia dell’alternanza.

Non va dimenticato che anche nel 1993-’94, di fronte alla crisi verticale del vecchio sistema dei partiti, dopo la caduta del «muro di Berlino», la fine della  guerra fredda e l’esplosione di «Tangentopoli», sembrava inarrestabile la vittoria della «gioiosa macchina da guerra» di Achille Occhetto e dei «Progressisti» (un termine che non avrei riesumato…) di allora. E invece le elezioni politiche del 1994 videro inaspettatamente la prima vittoria di Silvio Berlusconi. Oggi il centrodestra è in fase confusionale ed è attraversato da una drammatica lacerazione interna in tutte le sue componenti, ma il centrosinistra a livello nazionale non può e non deve sottovalutare che difficilmente i «vuoti» in politica rimangono tali e che con il 35% dei consensi non si arriva a governare l’Italia.

Basti ricordare la presunta «vocazione maggioritaria» dell’allora segretario del Pd e candidato premier Walter Veltroni, nel 2008, che si fermò al 33% e non poté impedire un ritorno di Berlusconi al governo, dopo aver fatto cadere anticipatamente il Governo Prodi, che con il ministro Padoa Schioppa stava faticosamente cercando di rimettere in sesto l’economia italiana, prima dell’arrivo anche in Europa della crisi finanziaria degli Usa.

In ogni caso, le Primarie di domenica 25 sono state un evento assai positivo e di straordinario interesse politico, nel quale si sono tuttavia intrecciate le proposte politiche per il governo dell’Italia con le dinamiche di lotta interna al Partito democratico. Non è un caso che vadano al ballottaggio l’attuale segretario del Pd, Pierluigi Bersani, e il sindaco di Firenze, Matteo Renzi, il quale ha  caratterizzato tutta la sua campagna all’insegna della «rottamazione» e del drastico cambiamento generazionale e politico all’interno del suo partito.

Personalmente non ho mai «demonizzato» (come ha fatto gran parte dell’apparato storico del Pd) la figura di Renzi, che ha comunque ottenuto un grande consenso. Ma il sindaco di Firenze (che avevo conosciuto qualche anno fa, quand’era ancora giovanissimo presidente della Provincia) mi è apparso più protagonista di una sorta di Congresso anticipato del Pd, che non di una credibile proposta di governo dell’Italia, meglio rappresentata da Bersani, sia sul piano interno che internazionale. Mi è anche sembrato che Renzi abbia voluto reincarnare la già fallita «vocazione maggioritaria» del Pd, a suo tempo teorizzata da Veltroni, mentre Bersani aveva vinto le Primarie per la segreteria di partito del 2009 proprio rilanciando la necessità di una seria e rigorosa politica delle alleanze, per riuscire a ricandidare il centrosinistra a governare l’Italia, dopo la drammatica sconfitta del 2008.

Molti elettori, anche anziani e non solo giovani, ancor più in Trentino che a livello nazionale (ma molto di più in Toscana, Marche e Umbria), hanno sicuramente votato Renzi per promuovere un forte ricambio generazionale e uno «svecchiamento» della politica italiana. È una esigenza sacrosanta, largamente condivisibile, ma del tutto inadeguata come proposta politica generale per il governo nazionale e per il ruolo dell’Italia in Europa e nel mondo, soprattutto nei rapporti con gli Usa.

Mi ha colpito che in Trentino la sua candidatura sia stata sostenuta soprattutto da chi aveva condiviso e teorizzato la «vocazione maggioritaria» del Pd di Veltroni e forse vorrebbe riproporla non solo per le prossime elezioni politiche (la cui data è tornata a essere incerta proprio in questi giorni), ma anche per le successive elezioni provinciali dell’ottobre 2013. E invece la lezione storica di questo ventennio dimostra che solo una seria politica delle alleanze, con una convincente proposta programmatica, può portare il centrosinistra a tornare a governare l’Italia e anche a continuare a governare il Trentino. Mi sembra una banalizzazione sostenere che Bersani rappresenti solo una riproposizione della vecchia «cultura politica socialdemocratica», pur tenendo conto della sua storia politica personale, come sarebbe una altrettanto stolta banalizzazione sostenere che Renzi rappresenti la vecchia «cultura politica democristiana», pur tenendo conto della sua storia politica personale e soprattutto familiare (considerata la sua giovane età).

Mi sembra più semplicemente che Renzi esprima, con molta forza e molto coraggio, soprattutto una istanza di forte cambiamento interno al suo partito, che potrà dispiegarsi pienamente nel Congresso dell’anno prossimo, mentre Bersani esprime più credibilmente una forte «cultura di governo». Una proposta che deve permettere l’anno prossimo di girare necessariamente pagina rispetto al «governo dei tecnici», ridando il primato della responsabilità ad una politica che sappia ritornare ad essere credibile e autorevole.

Una politica capace di guidare la transizione dalla fase attuale, in cui prevalgono rigore e austerità – che però stanno provocando anche stagnazione e recessione in una drammatica crisi economico-sociale –, verso un nuovo paradigma italiano ed europeo. Con la capacità di proporre uno sviluppo socialmente, economicamente ed anche ecologicamente sostenibile e una nuova visione non solo economico-finanziaria, ma anche politica dell’Europa.

Mi pare sia questa la posta in gioco anche nel ballottaggio di domenica prossima, 2 dicembre. Chiunque vinca quella sfida ormai imminente, dovrà sapersi misurare non solo con l’inderogabile  rinnovamento della classe politica, parlamentare e di governo, ma anche e soprattutto con la capacità di proporre un «nuovo modello di sviluppo», e non solo la riproposizione dei meccanismi liberisti già falliti della crescita precedente, messa in crisi dalla speculazione finanziaria ma anche dall’impatto devastante di una globalizzazione senza regole. È questo ora il vero terreno di confronto, per candidarsi a governare l’Italia e ad essere protagonisti in Europa.

Marco Boato


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