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Roma, febbraio 2009
INTERVISTA A MARCO BOATO SU ALEXANDER LANGER
di Veronica Riccardi (materiale per tesi di laurea)

Mi può parlare un po' di Alexander Langer, di quello in cui credeva e di ciò che ha trasmesso a coloro che l'hanno incontrato?

Alexander Langer, come sa, è nato nel 1946, e io sono del 1944, quindi avevamo solo due anni di differenza di età e, anche prima di esserci conosciuti personalmente, ho scoperto poi che avevamo fatto un percorso politico, culturale e sociale, per così dire, parallelo. Nel senso che eravamo entrambi di formazione cristiana e cattolica, anche se in modo abbastanza diverso, nel senso che per lui è stata una scelta autonoma fatta direttamente, a prescindere dai suoi genitori che non erano credenti.

Come ho detto poco fa, Langer e io avevamo due anni di differenza, io ero del '44 e lui del '46 e, ancora prima di conoscerci, io sono di origine veneziana, lui era sudtirolese, ci siano incrociati in Trentino-Alto Adige, dove io mi sono trasferito dal '63. Ho scoperto poi, conoscendolo, che abbiamo avuto un percorso abbastanza parallelo: tutti e due di formazione cristiana e cattolica, con una forte, però, componente laica nella nostra formazione, e abbiamo poi percorso gli anni dell'impegno universitario, prima del '68, nella Fuci, che era la Federazione Universitaria dei Cattolici Italiani, nel movimento studentesco, io a Trento, lui a Firenze, con quella che poi è diventata sua moglie, Valeria Malcontenti Langer, nel mondo del cosiddetto dissenso cattolico, nel mondo del dopo-Concilio ecumenico Vaticano II. Negli anni '60 nel mondo cattolico c'è stato un fortissimo fermento anche critico rispetto alla fase post-conciliare. Non a caso si è parlato di contestazione studentesca e contestazione politica, ma anche di contestazione ecclesiale: sia lui che io abbiamo fatto parte anche di questa dimensione della contestazione ecclesiale, io in riferimento a due riviste, una veneziana e una trentina, a Venezia “Questitalia” e a Trento la rivista “Dopoconcilio”, lui con riferimento particolare alla rivista “Testimonianze” a Firenze, che era la rivista che faceva riferimento a padre Ernesto Balducci. È significativo poi che il funerale di Alex Langer, che in realtà di funerali ne ha avuti tre, ma il funerale con la bara di Alex Langer si è tenuto, si è celebrato a Firenze, proprio a Fiesole, nell'Abbadia di Fiesole, dove aveva predicato sempre padre Ernesto Balducci. Anche nella fase successiva al '68, quando dopo il '68-'69 si è formata la cosiddetta sinistra extraparlamentare, sia Alexander Langer che io abbiamo fatto parte per quasi 10 anni del movimento di Lotta Continua, lui anche forse più di me, infatti ha anche collaborato al giornale “Lotta Continua” negli ultimi anni della vita del giornale. Anche dal punto di vista dell'impegno “professionale”, entrambi a un certo punto siamo diventati giornalisti, lui è addirittura diventato giornalista professionista mentre io soltanto giornalista pubblicista. Entrambi ci siamo anche dedicati all'insegnamento, lui nelle scuole medie superiori e io invece all'università, prima all'Università di Venezia e poi all'Università di Padova, essendomi io laureato a Trento in Sociologia e essendosi lui laureato a Firenze in Giurisprudenza, col professor Paolo Barile, e poi lui ha preso anche una seconda laurea in Sociologia all'Università di Trento. Paradossalmente anche io, presa la laurea in Sociologia, mi ero iscritto a Giurisprudenza a Milano ma poi non ho più completato il secondo curriculum di studi.

Ho voluto dire questo inizialmente perché le nostre vite a un certo punto si sono incrociate, fra la fine degli anni '60 e l'inizio degli anni '70, e da lì fino alla sua morte, volontaria come lei sa, il 3 luglio del 1995, abbiamo fatto un percorso assolutamente parallelo. Ripeto, nel mondo cattolico, la contestazione ecclesiale, il mondo studentesco, il movimento studentesco, la sinistra extraparlamentare, la nascita del Movimento Verde, preceduto da una breve ma importante esperienza che è stata la formazione, che abbiamo costruito insieme noi due e i Radicali, in Trentino- Alto Adige, di un movimento politico che nel '78 si denominò Nuova Sinistra in Trentino e Nuova Sinistra/Neue Linke in Sudtirolo. Io fui protagonista di questa formazione politica in Trentino, lui lo fu in Sudtiolo ma, essendo un'unica regione il Trentino-Alto Adige, i rapporti erano strettissimi e insieme abbiamo deciso di fare questa esperienza, in base alla quale, o finalizzata alla quale, lui scelse di lasciare la vita che da alcuni anni conduceva a Roma, dove anche insegnava in un liceo scientifico, e tornò n Alto Adige proprio per dar vita all'esperienza della  Nuova Sinistra/Neue Linke, dalla quale esperienza nel giro di 4-5 anni si è poi originata l'esperienza dei Verdi trentini e sudtirolesi.

Si è anche originata in parte l'esperienza dei Verdi italiani perché il primo convegno internazionale sia dei nascenti Verdi italiani, sia dei Verdi austriaci e tedeschi, già emersi sulla scena politica, si tenne proprio a Trento, alla fine del 1982. Un convegno intitolato “Un partito/movimento verde anche in Italia?”, che si tenne nel Palazzo della Regione a Trento il 18 e 19 dicembre 1982. Questo convegno lo costruimmo insieme proprio Alexander Langer ed io, e proprio tutti i contatti con il mondo austriaco e con il mondo tedesco, e con i relatori che vennero, sono stati contatti che ha costruito Alexander Langer, tanto che negli atti che poi abbiamo pubblicato a Trento, la cui edizione ho curato io, ho scritto che un contributo prezioso e determinante per entrambi, cioè sia per quanto riguarda l'organizzazione del convegno sia per quanto riguarda la preparazione degli atti, fu dato da Alexander Langer. All'epoca Alexander Langer, dal punto di vista istituzionale, era stato per due anni e mezzo consigliere regionale della  Nuova Sinistra/Neue Linke, poi si era dimesso per dar vita a una rotazione etnica, perché chi subentrava a lui era un esponente di quel movimento ma di madrelingua italiana, essendo lui di madrelingua tedesca. Anche in questa rotazione nell'incarico istituzionale emerge l'anima di Langer, non solo per quanto riguarda la convivenza linguistica fra italiani e tedeschi e anche ladini in Sudtirolo, ma emerge anche il suo scarsissimo attaccamento alle posizioni di potere: consigliere regionale eletto da due anni e mezzo, rinuncia spontaneamente alla carica che ha appena acquisito, ed era la prima carica istituzionale della sua vita, proprio per dare spazio ad un'altra persona, cosa che sarebbe stata difficile da verificarsi in qualsiasi altra forza politica.

Lei mi chiede in che cosa Alex Langer credeva e ciò che ha trasmesso a coloro che l'hanno incontrato. Per me è stata...non so se posso dire l'amicizia più importante della mia vita perché ce ne sono state anche altre, nel movimento studentesco con Mauro Rostagno, in Lotta Continua ed in tutta la fase successiva con Adriano Sofri che era, al tempo stesso, un grandissimo amico di Alexander Langer, ma è stato un sodalizio umano ancora prima che politico, culturale e, per alcuni aspetti anche religioso, che ha segnato profondamente la mia vita e che, in qualche modo, continua spiritualmente anche dopo la sua morte. Adesso, mentre noi parliamo, sono 13 anni e mezzo dalla sua morte e il segno che Alexander Langer ha lasciato nella mia vita, e anche in quella di molti altri, ma io parlo della mia, è stato un segno profondo tanto che, per dirla con una certa franchezza, a distanza di tanti anni, io non posso dire ancora di aver elaborato il lutto della sua morte. Ho detto altre volte, e lo ripeto anche a lei, tra virgolette, io non gli ho ancora “perdonato” la scelta che ha fatto il 3 luglio del '95. Ho cercato di capirla, di rispettarla prima di tutto, che è la prima cosa da fare, ma dentro di me qualcosa si ribella ancora all'idea che lui abbia scelto volontariamente di darsi la morte in un momento drammatico della sua vita, e non solo della sua vita, anche dell'Europa di allora. E’ una scelta che mi ha provocato - non solo in me, ripeto, ma io parlo di me - mi ha provocato un trauma profondo, un'emozione profonda, una commozione profonda, non momentanea, perché a distanza di 13 anni e mezzo, è come se io ogni giorno parlassi ancora con lui. E non sono un visionario, non ho le allucinazioni, sono una persona abbastanza razionale e cerco di essere anche abbastanza lucido, e non sono uno neanche molto emozionale, so emozionarmi e so commuovermi, ma non sono una persona facilmente influenzabile dalle emozioni della vita.

Questa forse è stata l'emozione più dura e più forte che nella mia vita, almeno nella mia vita da adulto, si è verificata, tanto che tre anni e mezzo fa, nel decimo anniversario della sua morte, ho curato un volume che si intitola “Le parole del commiato”, cercando di ricostruire nell'introduzione quello che non avevamo capito, nessuno di noi, neppure sua moglie, neppure il suo principale collaboratore, neppure io che ero uno dei suoi principali amici, nessuno di noi aveva capito che stava seguendo un percorso che lo avrebbe portato alla morte volontaria, al suicidio. A dieci anni di distanza ho cercato dunque di ricostruire, nell'introduzione a questo libro “Le parole del commiato”, dolorosamente, i segnali più o meno diretti, più o meno espliciti, più o meno impliciti, che ci aveva mandato nel corso di alcuni anni, io direi dall'inizio degli anni '90 fino a quando effettivamente poi se n'è andato volontariamente nel 1995. Alex Langer aveva una fortissima interiorità, oltre che avere una cultura straordinariamente ricca, straordinariamente plurale, straordinariamente molteplice, cioè non era un uomo con i  paraocchi, da nessun punto di vista, neanche per quanto riguarda l'impegno prevalente della fase finale della sua vita, cioè l'impegno ecologista, l'impegno, più che pacifista, direi di costruttore di pace, e poi spiegherò perché distinguo il pacifismo dall'essere costruttore di pace. Anche in quella fase, negli ultimi dieci anni della sua vita in cui questo è stato il suo impegno prevalente, però i suoi impegni culturali, scientifici, letterali, spirituali, etc., erano vastissimi, senza farne un mito. Io poi dico sempre che bisogna tener conto che Langer era un uomo in carne ed ossa, quando è morto aveva 49 anni, quindi avrebbe potuto prolungare la sua vita probabilmente ancora per decenni, e in 49 anni è incredibile la quantità di esperienze che ha fatto, la quantità di elaborazioni culturali non solo che ha fatto lui, ma a cui si è rapportato rispetto ad altri, la quantità sterminata, questa davvero sterminata, di incontri che ha avuto nella sua vita, non solo in Italia ma anche in Europa e un po' in tutto il mondo. Tanto che ancora oggi, a distanza di 13 anni e oltre dalla sua morte, a chi capita di girare non solo per l'Italia, ma per l'Europa e per tante parti del mondo, penso al Medioriente, penso all'America Latina, succede spesso di incontrare persone, ovviamente persone che abbiano una certa età, che non siano giovanissime, che abbiano avuto segnata profondamente la propria vita dall'incontro con Alexander Langer. Da questo punto di vista lui aveva, non solo una ricchezza culturale e una grande sensibilità starei per dire esistenziale, ma aveva anche una capacità di dialogo straordinaria, di incontro, di parola, aveva un carisma: io direi che aveva il carisma del dialogo, nel senso persino filosofico della parola.

Mi viene in mente Martin Buber come filosofo del dialogo, che era un filosofo ebraico e Langer aveva per metà della famiglia, il padre, una matrice ebraica. Il padre era ebreo e aveva rischiato anche la vita durante la guerra, aveva dovuto nascondersi a Firenze per non venir deportato. Per cui, quando lei mi chiede in che cosa Langer credeva, con molta semplicità mi viene da dire che credeva nell'uomo e credeva in un rapporto, cioè nella possibilità di un rapporto equilibrato dell'uomo con gli altri uomini, dove uomo lo intendo nel senso della parola tedesca Mensch, che comprende sia le donne che gli uomini, nella dimensione umana maschile e femminile ovviamente, e nella capacità di relazione dell'uomo, inteso come uomo e donna in relazione agli altri uomini e alle altre donne e nella possibilità di un rapporto equilibrato dell'uomo con la natura. Ho detto questo con estrema semplicità, però io credo che questo fosse davvero il fondamento del suo credo che, per molti anni della sua vita, è stato laicamente una dimensione anche di fede religiosa, nel senso che Langer, come ho già accennato, ha una formazione cristiana, ma anche poi, nella parte finale della sua vita, dove, per sua scelta, almeno non tanto la fede, quanto l'appartenenza alla Chiesa in senso visibile e in senso concreto probabilmente, per sua scelta e non per ignavia, si era attenuata, si era distaccata, ha continuato ad avere una fortissima spiritualità, senza mai essere integralista, intendo senza mai avere un rapporto meccanico fra valori di fede ed impegno politico e sociale, senza mai proiettare meccanicamente l'una sull'altra, quindi con una grande capacità di mediazione, di elaborazione culturale, di autonomia della politica e così via. Ma, anche nella parte finale della sua vita, quando il rapporto di appartenenza alla Chiesa, cattolica in questo caso, era probabilmente un rapporto che si era per sua scelta interrotto, o comunque fortemente attenuato, per ragioni di critica e non per ragioni di passività o di indifferenza, noi troviamo nei suoi scritti ancora fortissimamente presente una dimensione “religiosa”, una fortissima dimensione etica, ma anche una dimensione di spiritualità, una dimensione religiosa, tanto che anche nelle poche parole che lascia per motivare la sua scelta estrema, quella del suicidio, c'è un riferimento a una frase evangelica, dentro a quelle poche righe che ha scritto in lingua tedesca. E poche settimane prima di morire aveva partecipato a  incontri di riflessione sul rapporto tra fede ed ecologia. Non molto prima, già negli anni '90, il 5 aprile 1991, addirittura il vescovo di Bolzano, l'allora vescovo di Bolzano monsignor Wilhelm Egger, lo aveva invitato a parlare in chiesa della figura di Giona. Perché un vescovo chiamasse un laico a parlare in chiesa voleva dire che questo vescovo, che era un vescovo di grande valore e purtroppo è morto l'estate scorsa, nell'estate del 2008, ancora giovane, perché un vescovo chiamasse uno come Langer a parlare in chiesa di una figura biblica come Giona bisognava che questo vescovo sentisse fortemente la presenza di una acuta dimensione spirituale in una personalità come quella di Langer. Ciò che ha trasmesso a coloro che l'hanno incontrato, io credo - ovviamente si potrebbe parlare per ore e ore di questo aspetto - ma anche dalla lettura delle testimonianze che io ho raccolto, alcune pubblicate su giornali noti, altre pubblicate anche su piccoli giornali, piccole riviste, dalle testimonianze dopo la sua morte che io ho raccolto nel libro “Le parole del commiato” si vede che  è fortissimo l'impatto umano, spirituale, culturale, politico che Langer ha lasciato nelle persone che lo hanno incontrato, che lo hanno conosciuto, che hanno avuto rapporti di amicizia pluridecennale, come ho avuto la fortuna di avere io, altri hanno avuto incontri più occasionali, più brevi, per un singolo periodo della sua vita magari.

Ma quello che si verifica in tutti, e che si verifica anche in me, è che ha lasciato una traccia profonda, in qualche modo legata a una dimensione di impegno nella vita, nella vita politica ma non solo nella vita politica, nella vita sociale, nella vita culturale, nei rapporti interpersonali, che fosse strettamente collegato ai valori in cui credeva, alla sua cultura politica, agli ideali in cui credeva. Già stupisce il fatto che lui abbia intrapreso molte iniziative nella sua lunga esperienza, breve ma lunga. 49 anni sono anche pochi, ma se poi vediamo tutto quello che ha fatto in quegli anni, è stata lunghissima la sua esperienza politica. Lui ad un certo punto costruisce un'esperienza come quella della Fiera delle Utopie Concrete, che dura tutt'ora fra l'altro a Città di Castello, che però, finché c'è stato lui ha avuto una dimensione di attrazione più forte di quanto abbia ancora oggi, comunque è un'esperienza che dura tutt'ora. In questa espressione “utopia concreta” c'è molto, non dico tutto, ma c'è molto di Langer, perché c'è la consapevolezza che non bisogna adattarsi al pragmatismo quotidiano, all'empirismo quotidiano, al trantran quotidiano, che bisogna avere una forte dimensione ideale, una forte dimensione utopica, ma che al tempo stesso questo non deve degenerare, e non è mai degenerato in lui, in un idealismo astratto e in un utopismo ideologico predicatorio. “Utopia concreta” è una bellissima espressione che fa capire come la sua fortissima dimensione ideale e anche spirituale Langer nella sua vita ha sempre cercato di rapportarla al costruire concretamente ciò in cui credeva o alle idee che proclamava, si trattasse della convivenza interetnica, si trattasse della conversione ecologica, si trattasse di un rapporto stretto fra la dimensione dell'ecologia e la dimensione della pace, si trattasse di rapporti interpersonali, si trattasse dei rapporti uomo-donna - perché ha anche vissuto e attraversato Langer l'esperienza dell'impatto con il femminismo degli anni '60 e '70 che ha avuto un grosso peso nella vita italiana e anche internazionale -, si trattasse del rapporto tra l'uomo e la natura, si trattasse della questione del rapporto fra la ricerca scientifica e la cultura del limite, per esempio, cosa che oggi si è un po' attenuata nella consapevolezza generale, si trattasse del rapporto fra il mondo “laico” e il mondo “religioso”, che attraversa tutta la sua vita addirittura fino alle ultime parole che lui ha lasciato in morte, e si trattasse anche del rapporto fra un impegno politico nell'ambito che principalmente ha portato avanti nella sua vita, e sicuramente è stato un ambito “di sinistra”, con un impegno politico sulle stesse tematiche ma in modo diverso. Parlo della tematica soprattutto della conservazione della natura, del rispetto della natura, anche in ambiti politici molto lontani dal suo...

Ho fatto un lungo elenco non programmato, evidentemente, un po' come mi è venuto dalla mente e dal cuore. In tutte queste cose che ho citato, e forse ne potrei citare altre ancora, Alex Langer ha sempre avuto l'esigenza di non irrigidire in ideologia i riferimenti ideali che proclamava e che costruiva e, al tempo stesso, di non peccare di astrattezza, cioè di avere sempre un rapporto con l'impegno concreto a trasformare la realtà. E ha avuto anche sempre l'esigenza e la forza di dare un enorme peso alla testimonianza umana, cioè al fatto che i valori incarnati nelle persone comportano una attenzione molto forte ai rapporti interpersonali, al credere in ciò che si sta facendo, al cambiarsi reciprocamente nella relazione, a influenzarsi reciprocamente, ad ascoltarsi reciprocamente nelle relazioni interpersonali.

Ritiene che l'impegno cristiano abbia influenzato la visione del mondo di Alex e il suo impegno politico?

Io credo di si, lo ha influenzato in modo molto esplicito e molto forte nella prima parte della sua vita, che è la formazione e lui fra l'altro ha studiato in una scuola francescana a Bolzano, a differenza mia, per esempio, che ho sempre studiato in scuola laiche, nella scuola pubblica, a Venezia dovo ho fatto le scuole fino alla maturità liceale. Lui addirittura nella formazione scolastica ha avuto questa presenza/influenza cristiana molto forte e anche il tipo di relazione che ha avuto col mondo cattolico fiorentino, è una componente molto importante della sua formazione. Lui, sudtirolese, nato a Vipiteno/Sterzing, ha vissuto e ha studiato  a Bolzano, ma poi ha scelto Firenze, come spesso i sudtirolesi fanno: alcuni vanno a studiare a Innsbruck o a Vienna, ma molti, almeno all'epoca, andavano a studiare a Firenze. E il fatto di andare a studiare a Firenze, di arrivare a Firenze nella metà degli anni '60, nel pieno della esplosione del dibattito, a cui ho già fatto cenno, postconciliare, dei fermenti molto forti, allora assai più di oggi, che c'erano nel mondo cattolico di allora, la nascita della dimensione dell'ecumenismo, del dialogo interreligioso, del superamento dei dogmatismi, dell'apertura del mondo cattolico a un rapporto con la società più dinamico, all'essere in qualche modo “lievito nella pasta”, per usare un'espressione evangelica: tutto questo ha segnato profondamente Langer. E il mondo cattolico cattolico fiorentino di allora, fra l'altro, era fortissimo, fino al limite dell'intregrismo, cioè fino al limite dell'essere troppo - ho già accennato a questo argomento - fino al limite che ci fosse un rapporto troppo stretto fra la dimensione della fede cristiana e la dimensione politica. Può essere un limite questo, ma nel mondo cattolico fiorentino questo era molto forte e molto presente, basti pensare a una figura, l'ho già citata, come padre Ernesto Balducci, un'altra figura, di un laico, è quella di Giorgio La Pira, che ebbe un'enorme influenza nella vita fiorentina di allora e non solo fiorentina, e la terza figura è quella di don Lorenzo Milani, che non viveva a Firenze ma non lontano da Firenze, e col quale Langer non solo ebbe un rapporto, ma anche un rapporto problematico, perché don Milani gli disse di abbandonare gli studi universitari e di fare come lui, sostanzialmente, cosa che Alex non fece, anzi prese due lauree. Però lui sentì fortissimamente questo rapporto con don Lorenzo Milani, che morì presto, morì nel '67, e addirittura fu il traduttore, insieme a una signora di lingua tedesca, fu il traduttore in lingua tedesca, per la Germania, di “Lettera a una professoressa” della Scuola di Barbiana, che fu l'ultima opera prima di morire di don Lorenzo Milani e del gruppo di ragazzi che con lui viveva l'esperienza della scuola di Barbiana.

Quindi questa dimensione della fede cristiana in rapporto alla visione del mondo di Langer e anche al suo impegno politico, io credo che sia stata molto forte e una traccia, come ho già detto, la si ritrova nelle poche righe, drammatiche, di testimonianza finale, che lei penso conosca. Forse, però questo è difficile da dire e va detto in punta di penna e con grandissimo rispetto, forse questa che è stata una straordinaria ricchezza nella sua vita, questa dimensione religiosa e, più in generale spirituale della sua vita, forse, può darsi...Reinhold Messner, che è stato un suo grande amico, lo ha detto poco dopo la sua morte, può darsi che abbia anche avuto un'influenza critica su di lui, nel senso che, se lei guarderà nei testi che sono raccolti in “Le parole del commiato”, ci sono degli scritti, anche miei, subito dopo la sua morte che riflettono, con assoluto rispetto, con grandissimo garbo su questo. Forse addirittura questo rapporto tra la dimensione religiosa e spirituale, sia pure in senso lato, e la dimensione politica, forse questo può essere stato una ricchezza da una parte ma anche un limite dall'altra, perché ha portato una tale intensità estrema del suo impegno, quasi “missionario” nella sua testimonianza, nella sua lotta, etc., che riconosciamo già nelle parole che lui diceva quando era un ragazzo quindicenne. Se lei prende in mano forse la più bella antologia degli scritti di Langer che c'è, ce ne sono parecchie, ma questa è la più bella, che è intitolata “Il viaggiatore leggero”, all'inizio di questa antologia sono riportate, come sono riportate in questo mio libro, le frasi che lui ha detto prima di morire, che ha scritto prima di morire «non ce la faccio più e non riesco più a portare avanti tutti i pesi che ho sulle mie spalle, mi manca perfino la forza nel rispondere al monito evangelico “venite a me voi che siete stanchi ed oberati”». Ma nel libro “Il viaggiatore leggero”, giustamente è riportata anche una frase che lui scrisse in una piccola rivista francescana che si chiamava “Offenes Wort” (Parola aperta), che lui scrisse a 15 anni, in cui invita tutte le persone che hanno bisogno di aiuto a rivolgersi a lui. Quindi c’era questa dimensione di farsi carico dei pesi degli altri, di farsi carico delle disgrazie degli altri popoli, perché poi non era solo una questione personale. Era una questione che Langer - quando vedeva le scene strazianti o le vicende strazianti, per esempio della implosione della ex-Jugoslavia, dei conflitti etnici, della tragedia che dura tutt'ora nel Medioriente, nel rapporto tra israeliani e palestinesi, e, più in generale, tutte le vicende del Medioriente, quando viveva le tragedie del sottosviluppo in Africa, e non soltanto in Africa, o in America Latina, o in Asia, quando viveva l'esperienza o la conoscenza delle distruzioni ambientali in Amazzonia, per citare l'esempio forse più conosciuto - tendeva a farsi carico di tutto questo come se in qualche modo, lo dico con un po' di amara ironia, come se lui fosse o potesse farsi carico di tutte le disgrazie del mondo, di tutti i drammi del mondo, di tutte le tragedie del mondo. Ed in qualche modo era vero, ovviamente è vero per molti di noi, anch’io sento, come forse sentirà anche lei e chiunque abbia un po' di umanità dentro di sé quando percepisce che ci sono delle tragedie in corso a livello mondiale, le sente dentro di sé, le vive, le soffre e così via.

Lui però tutto questo lo viveva e lo soffriva con un'intensità portata all'estremo, portata a farsene effettivamente carico, portata a prendere il suo zaino in spalla, anche da parlamentare europeo - ha avuto due mandati europei di cui il secondo si è interrotto col suicidio, e li ha avuti con un successo straordinario di consenso, e li ha avuti non tanto per sua scelta ma perché gli è stato chiesto di assumere questo impegno, specialmente il secondo - anche da parlamentare europeo, ma già prima da consigliere regionale, e prima ancora da militante delle sinistra rivoluzionaria che girava tra gli operai immigrati negli anni '70 della Germania, e poi da consigliere regionale comunque girava per il mondo, oltre che fare la sua attività nel consiglio regionale e provinciale del Trentino-Alto Adige e dell'Alto Adige in particolare. Ma poi da parlamentare europeo lui si è fatto carico di molte di queste esperienze drammatiche che hanno caratterizzato la fine del '900, che hanno in particolare caratterizzato gli anni '80 e soprattutto gli anni '90. Quindi, rispondendo a questa domanda su quanto la dimensione cristiana ha influenzato il suo impegno politico, io direi che lo ha influenzato molto, forse, e lo dico con solidarietà umana nei suoi confronti, forse persino troppo, perché ad un certo punto, facendosi carico di tutti i pesi e di tutte le tragedie, di tutti i drammi, di tutte le aspettative che incrociava nella sua vita, sia quelle che gli arrivano da fatti pubblici, sia quelle che gli arrivavano da fatti interpersonali, da persone che si rivolgevano a lui da tantissime parti dell'Italia, dell'Europa e del mondo, forse a quel punto lui non ha più retto a questo peso e la fine tragica della sua vita sul piano personale è anche il frutto probabilmente di non riuscire più a reggere i pesi di questo carico.

E qualcosa di questo tipo noi lo troviamo, lei lo avrà già trovato penso, nella drammatica e splendida commemorazione che lui ha scritto sul “Manifesto” dopo la morte di Petra Kelly. Anche lì si tratta di un caso forse anche più drammatico del suo perché è un caso di omicidio-suicidio probabilmente, realisticamente sembra che Petra Kelly sia stata, consenziente, uccisa dal compagno Gert Bastian, che era un ex-generale fra l'altro e poi il suo compagno si è a sua volta suicidato: sembra che questa sia stata la dinamica, assolutamente consenziente da quanto si è capito. Quando Alex, che ha conosciuto Petra Kelly la quale era la fondatrice dei Verdi tedeschi, ha dovuto commentare, o meglio commemorare, lo fece sul “Manifesto” su richiesta di Mauro Paissan, che era un suo amico e che nel frattempo era anche diventato parlamentare verde, lo fece scrivendo le parole «forse è troppo arduo essere degli Hoffnungsträger, dei portatori di speranza...» ci sono una decina di righe conclusive di questo suo ricordo di Petra Kelly che, quando lui è morto, tutti noi, cioè tutte le persone che l'hanno conosciuto in modo più intenso, le abbiamo rilette rapportate a lui stesso, come se lui stesse scrivendo di sè stesso, e infatti pochi anni dopo è stata sua la scelta della morte volontaria.

Qual è, secondo lei, il nucleo del “pensiero verde” di Alex?

Il nucleo del pensiero verde di Langer ovviamente è difficile da riassumere in poche parole però io credo che poche parole esprimano con tale intensità, anche recuperando questa dimensione religiosa di cui abbiamo parlato fino ad ora, il suo autentico pensiero come le parole “conversione ecologica”. Langer ha scritto molto di ecologia, lo ha fatto studiando a sua volta, perché non nasce ecologista Langer, ma lo diventa fra la seconda metà degli anni '70 e l'inizio degli anni '80, lo diventa anche con una particolarissima attenzione, lui di madrelingua tedesca ma plurilingue, al fenomeno, al movimento nascente allora dei Grünen tedeschi, soprattutto, e anche dei Grünen austriaci, che non a caso oggi in Europa sono i Verdi più forti, sia a livello europeo che a livello mondiale. E, quando lui comincia, anche con un atteggiamento di grande umiltà all'inizio - l'umiltà l'ha sempre avuta, ma all'inizio fa fatica a definirsi ecologista - si dichiara un uomo che viene da un'esperienza di sinistra e che in qualche modo comincia a studiare, capire, approfondire la dimensione ecologica. Ma quando se ne appropria, quando ne fa, per gli ultimi 15 anni della sua vita sostanzialmente, gli ultimi 13-15 anni della sua vita, ne fa la dimensione, non esclusiva, ma prevalente della sua riflessione teorica e del suo impegno politico, lo fa considerando anche in questo l'ecologia, o meglio l'ecologismo (come movimento politico) non tanto una somma di indicazioni, magari anche valide, per cambiare la realtà dal punto di vista tecnico, dal punto di vista economico, dal punto di vista dell'innovazione scientifica e così via, ma dà a questa sua concezione, a questo che lei chiama “pensiero verde”, dà una fortissima dimensione culturale, etica ed anche spirituale. Per questo dico, ripeto, che forse il nucleo del suo pensiero verde, come lei mi chiede di individuare, sta proprio nell'espressione “conversione ecologica” e questo lo porta ad affrontare, devo dire anche con molto realismo e non con un utopismo astratto, il fatto che arrivare a una conversione ecologica vuol dire un cambiamento profondo negli stili di vita, nei modelli di consumo, nel modo di rapportarsi alla natura, nel modo di rapportarsi agli altri uomini e donne. Lo porta insomma a dire che non sarebbe neppure auspicabile una “dittatura ecologista” che dall'alto desse direttive, magari giuste, ma per cambiare il rapporto distorto che si è creato fra gli uomini e la natura, fra gli uomini e l'ambiente.

ùLui ha sempre rifiutato questa concezione un po' aristocratica, “autoritaria” dell'ecologismo e ha sempre insistito sul fatto che la conversione ecologica deve poter diventare desiderabile, cioè bisogna che siano le persone stesse che in qualche modo si interrogano sul loro rapporto con la realtà, con l'ambiente, con la natura, con gli altri uomini e che in qualche modo capiscano la necessità di una conversione ecologica - e non semplicemente di una riconversione di tipo ecologico, vista in termini quasi tecnologici -, di una conversione ecologica appunto, una sorta di metanoia, che renda possibile questo cambiamento. Questo lui l'ha vissuto anche sul piano politico.

R. Mi può dire qualcosa su come il “pensiero verde” di Alex si muova continuamente in relazione con il suo modo di concepire la pace? Come lei sostiene, la “cultura della convivenza” è stato il prodotto intellettuale più straordinario di Langer, soprattutto perché fatto interamente coincidere con la sua esperienza di vita e con il suo impegno civile su scala internazionale. Mi può descrivere l'impegno di Langer come “mediatore” e “saltatore di muri”?

I. Questo è un aspetto importantissimo della sua vita, che è diventato drammaticamente importante negli ultimi anni della sua vita perché coincidono con l'esplosione della ex-Jugoslavia, della guerra in Bosnia e così via. Ma non solo per questo, nel senso che l'essere verde per Alex voleva essere anche un modo di fare la pace da parte dell'uomo con la natura, fare la pace da parte dell'uomo con l'ambiente. Nella sua elaborazione teorica, Langer non ha mai scritto libri ampi o sistematici, anzi durante la sua vita lui ha scritto un solo libro che è “Vie di pace/Frieden Schliessen”, un libro che abbiamo pubblicato noi verdi trentini su sua richiesta e che raccoglie in qualche modo il suo lavoro come parlamentare europeo. Pochissimi anni di lavoro ma un libro di una ricchezza straordinaria di esperienze. Però lui non ha mai scritto un trattato, un saggio lungo, lui ha scritto moltissimo in riviste e giornali, molte cose sono rimaste inedite prima della sua morte e sono state pubblicate dopo la sua morte, ha scritto sulle riviste non-violente come “Azione nonviolenta”, ha scritto sui giornali di sinistra come “Il manifesto”, ha scritto su “La nuova ecologia” ma ha scritto poi anche su molte riviste del mondo cattolico, ma sempre pezzi brevi, non troppo lunghi, e sempre rapportati a qualche esperienza che lui stava facendo e da cui cercava di estrapolare, di dedurre o di indurre, meglio, le elaborazioni teoriche e culturali. Questa cosa lui l'ha fatta anche in relazione alla sua esperienza di costruttore di pace. Ho detto prima che si può dire genericamente che Langer, negli ultimi 15 anni della vita, è stato un eco-pacifista, dall'inizio degli anni '80 fino alla morte, quindi circa 15 anni. Se questa definizione non è sbagliata, però in realtà l'espressione “pacifista” per lui ha qualche cosa di ideologico, che lui rispetto alla costruzione della pace non aveva. In questo era fortemente ghandiano, aveva fortemente assimilato la lezione e la testimonianza di Ghandi, e, in Italia, di Aldo Capitini, che è stato il primo che, negli anni '60, ha dato vita al movimento non-violento. Spesso, non solo in Italia ma anche in Europa, c'è stato un pacifismo ideologico, c'è stato un pacifismo...starei per dire, facendo un cortocircuito intenzionale con le parole..., “bellicista” o “bellicoso”, c'è stato un pacifismo che non sempre era nonviolento e per Langer era fondamentale le dimensione della nonviolenza. Lui non è stato per tutta la vita non-violento, lui ha passato, come ho passato anche io, l'esperienza della sinistra rivoluzionaria, dove non era centrale la tematica della nonviolenza, ma lui a un certo punto, a metà degli anni '70, ha cominciato a conquistare questa dimensione. È sempre stato un uomo pacifico, non pacifista ma pacifico, anche negli anni della sinistra rivoluzionaria. Nessuno ricorda un atto di violenza, anche minimo, da parte di Langer, ma comunque nell’ambito di una cultura politica che non era una cultura politica nonviolenta. Lui ha conquistato, a un certo punto, il rapporto con la nonviolenza, lo ha coniugato con la dimensione della pace e del diventare costruttore di pace. E questo l'ha portato a rifiutare però, non solo la guerra, non solo i conflitti etnici, ma anche a rifiutare il pacifismo ideologico e puramente predicatorio e ad avere una capacità di rapportarsi con il dramma della guerra e dei conflitti etnici con la logica di chi vuole distruggere, se possibile, le premesse che portano alla guerra, o depotenziare tutte le dinamiche che portano ai conflitti, in particolari ai conflitti armati e ai conflitti etnici, che fra tutti spesso sono i più devastanti e i più terribili. E non è un caso poi che la sua morte coincida con l'esplosione drammatica della guerra in Bosnia, con l'assedio di Sarajevo e così via. La sua morte fra l'altro avviene pochissimi giorni prima della strage di Srebrenica, una settimana prima, è come se lui sentisse forse che cosa stava per precipitare.

Qui rientra anche la polemica contro Langer quando si è schierato a favore dell'uso della forza nella ex-Jugoslavia.

Esatto...stavo arrivando proprio a questo. Langer non aveva una concezione di pacifismo ideologico, come non l'aveva Ghandi, al punto che, nel momento dell'assedio di Sarajevo e della carneficina che stava avvenendo in Bosnia, Langer si è posto il problema, e se l'è posto drammaticamente e non a cuor leggero, se non fosse necessario un intervento di polizia internazionale, di ingerenza umanitaria si direbbe oggi ma si diceva anche allora. Questo termine “ingerenza umanitaria” nasce probabilmente con la vicenda dei desaparecidos argentini all'inizio degli anni '80. In Bosnia, Langer era diventato amico di Selim Beslagic, che era il sindaco di Tuzla, e nel maggio 1995 lo aveva fatto venire in Europa, l'aveva portato al Parlamento Europeo, l'aveva portato in Sudtirolo e l'aveva portato a incontrarsi con Renzo Imbeni che era stato sindaco di Bologna, che era credo vice-presidente del Parlamento Europeo. Quando Beslagic, a un certo punto è tornato a Tuzla, a Tuzla c'è stato un massacro, una strage di ragazzi durante una festa di primavera, credo 70 ma comunque molte decine di giovanissimi di Tuzla furono trucidati da una bomba e Beslagic, che aveva lasciato da pochi giorni Langer, gli scrisse credo un telegramma drammatico di questo tenore: «voi parlate di pace, ma ci stanno sterminando tutti e voi non fate assolutamente nulla». Lui sentì questo interpello drammatico del suo amico Selim Beslagic come qualcosa che...come una specie di rottura profonda che lo faceva interrogare sul fatto se fosse sufficiente quello che lui e altri stavano facendo di portare aiuti umanitari, di...

Allora, questo portò Langer, poco prima di morire, ad andare a Cannes, con una delegazione anche radicale di parlamentari europei, a chiedere al vertice europeo di intervenire in Bosnia, di intervenire militarmente con un'azione di polizia internazionale in Bosnia per far cessare la strage che era in corso e che poi fra l'altro è esplosa, poche settimana dopo, con la strage di Srebrenica con 8.000 morti e l'assedio di Sarajevo e questo comportò per Alex una situazione di maturazione anche drammatica da questo punto di vista.

Lui mi telefonò - io ero a Trento allora - allora non si usavano ancora i telefonini, non so se lui l'avesse ma non credo, io stesso non l'avevo, quindi mi ricordo che mi telefonò a casa, a Trento - e mi disse «sto maturando questa scelta di chiedere ufficialmente che ci sia un intervento armato, sia pure in termini proporzionati, non una vera è propria guerra ma un intervento di polizia internazionale in Bosnia e volevo sapere il tuo parere». Io cercai di confortare positivamente questa sua scelta, che però capivo che per lui era molto drammatica e molto difficile. Però è significativo anche questo, il fatto che nel fare questa scelta, come altre scelte nella sua vita, lui non agisse in modo assolutamente individualistico o esclusivamente personale, ma prima di farle si rapportasse con le persone di cui aveva fiducia, con gli amici, si confrontasse con chi aveva idee diverse. In quel caso lui ha avuto da me una risposta positiva ma avrebbe da altri potuto avere, e forse le ha avute, anche risposte negative. Io so che una persona che lo conosceva e lo stimava fortemente, anche lei sudtirolese ma di lingua italiana,  Lidia Menapace, è stata sempre ipercritica sul punto. Io non sono d'accordo, non sono mai stato d'accordo su questo con Lidia Menapace, ma so che lei è stata, prima e dopo la sua morte, ipercritica su questa scelta di Langer il quale si trovò paradossalmente a parlare col presidente francese, che era il presidente di turno al vertice europeo, che si svolgeva in Francia, il quale presidente aveva dato il via pochi giorni prima agli esperimenti nucleari a Mururoa, un atollo del Pacifico, e il presidente francese disse a Langer che bisognava essere pacifisti e che il bene non era tutto da una parte e che il male non era tutto da una parte e sostanzialmente rispose a Langer, uomo di pace che gli chiedeva un intervento di polizia internazionale, a lui e a tutto il vertice europeo, in Bosnia, che poi, qualche mese dopo ma Langer era già morto, ci sarebbe stato, rispondeva invece con una logica da pacifista ideologico, lui che stava facendo gli esperimenti nucleari, militari e non civili, a Mururoa e questa è una cosa che provocò una tristezza enorme in Langer. Siamo poche settimane prima della sua morte ed è un dramma anche nel rapporto suo con altre persone, movimenti, gruppi, associazioni del mondo “pacifista”, molti dei quali, non tutti per fortuna, ma molti dei quali lo attaccarono pesantemente per questa sua scelta che era, a mio parere, una scelta assolutamente ghandiana.

Oltre a questa dimensione dell'eco-pacifismo, che ritroviamo in Langer fin dall'inizio degli anni '80, utilizzando proprio questa espressione “eco-pax”, che è stata utilizzata anche in Italia e che abbiamo ripreso nel Convegno di Trento del 1982, ma che in quegli anni era nata prima di tutto nel movimento ecologista tedesco, oltre a questo in Langer, quindi, oltre alla dimensione della conversione ecologica, oltre alla dimensione del rapporto tra ecologia e pace, per Langer una delle tematiche più importanti, forse quella originaria della sua formazione politica e culturale, era quella della cultura della convivenza. Tanto che, come lei ricorda, io ho detto e scritto più volte, forse quello che lui ha chiamato con eccessiva umiltà “Tentativo di decalogo sulla convivenza interetnica”, lo pubblicai io per primo a Trento in una piccola rivista che facevamo allora a Trento e che si chiamava “Arcobaleno”. E io tolsi quel “tentativo di”, lo pubblicai col titolo “decalogo sulla convivenza”, perché mi sembrava, di tutti gli scritti di Langer, e ce ne sono di belli e di straordinari, fosse il più maturo dal punto di vista intellettuale, dal punto di vista culturale e dal punto di vista di una teoria strettissimamente legata alla prassi, alla pratica sociale. Forse questo è il tema più forte nella elaborazione culturale e nella esperienza concreta di Langer, perché, come tutti sanno, Langer, di madrelingua tedesca ma perfettamente bilingue all'inizio, italiano e tedesco, ma poi anche trilingue, quadrilingue, era un uomo straordinariamente dotato anche per quanto riguarda le lingue, perché parlare la lingua per lui era conoscere altri mondi direttamente. Langer ha vissuto come primissima esperienza della sua vita le difficoltà, che allora erano molto forti, del rapporto fra gruppi etnici diversi, fra gruppi linguistici diversi nel suo Sudtirolo, nel rapporto soprattutto fra italiani e tedeschi e anche fra italiani, tedeschi e ladini. Il conflitto principale, negli anni della sua formazione, parliamo degli anni '50 e '60, esplode anche col cosiddetto “terrorismo sudtirolese”, cioè quando questa dimensione assume anche aspetti violenti, prima sulle cose e poi sulle persone: forse è il primo terrorismo che l'Italia ha conosciuto prima degli anni di piombo. Lui in quegli anni, che erano anche gli anni della sua adolescenza, della sua giovinezza, si è non solo interrogato fortemente sul perché di questo conflitto, ma ha cominciato ad assumere l'atteggiamento di chi, da persona nata in famiglia di madrelingua tedesca, cominciava a interrogarsi non sulle ragioni dei tedeschi contro gli italiani, ma a chiedersi quali fossero le ragioni degli italiani in rapporto al gruppo linguistico tedesco. E queste sono esperienze che lui ha cominciato a fare da giovanissimo, tanto che una delle primissime pubblicazioni, oltre a questa “Offenes Wort” a cui lui ha collaborato, è una rivista bilingue, riviste che allora non esistevano in Sudtirolo, intitolata “Il ponte/Die Brücke”, che non ha fatto da solo: erano un gruppo di ragazzi, di giovani di allora.

Questa esperienza, nel momento in cui c'era addirittura il terrorismo, c'era il conflitto etnico, c'erano odi legati anche all'esperienza terribile dell'oppressione fascista, quando era vietato parlare in tedesco, quando erano abolite le scuole di lingua tedesca e così via, cioè quando la minoranza di lingua tedesca era fortemente oppressa, questa sua esperienza di formazione lo ha portato, per fortuna, sin dall'inizio, a interrogarsi sulle ragioni di questo conflitto e sulle ragioni reciproche, sulla possibilità di mettersi dalla parte dell'altro. Ecco questo mettersi dalla parte dell'altro Langer poi l'ha fatto per tutta la vita: si è messo dalla parte della natura, si è messo dalla parte delle donne rispetto agli uomini, si è messo dalla parte delle minoranze oppresse rispetto alle maggioranze dominanti, si è messo dalla parte dei gruppi etnici più deboli rispetto ai gruppi etnici più forti. Quando è diventato consigliere regionale, dove era obbligatorio dichiarare la propria appartenenza linguistica, si è dichiarato ladino, che era la più piccola fra le minoranze esistenti in Sudtirolo. Diciamo che il 68% era di lingua tedesca, circa il 28% era di lingua italiana e la minoranza ladina era del 4% in Sudtirolo, e lui si è dichiarato ladino proprio per dimostrare di farsi carico delle ragioni della minoranza più piccola fra le minoranze. Questi che sono alcuni esempi che cito, in realtà sono il Leitmotiv, il motivo conduttore di tutta la sua esperienza, fin da giovanissimo, nel rapporto con i temi della convivenza. Questa tematica della cultura della convivenza è stata la dominante della sua vita, lui l'ha applicata anche nella convivenza fra l'uomo e la natura, l'ha applicata anche nella convivenza fra popoli diversi, fra stati diversi e così via, ma sempre a partire da questo microcosmo – micro rispetto al resto dell'Europa e del mondo - della sua esperienza sudtirolese. Tanto che, a un certo punto, negli ultimi anni della sua vita, è arrivato a scrivere questo “Tentativo di decalogo sulla convivenza interetnica” che è di estrema attualità anche oggi, che si può rileggere oggi, a distanza di una quindicina di anni, come se fosse stato scritto oggi stesso. Non ha perso nulla nella sua attualità e quello che è importante è che non è una predicazione soltanto, anzi non è affatto una predicazione, è un tentativo di teorizzazione, appunto un decalogo sulla convivenza, tutto però legato a indicazioni concrete, a esperienze concrete, a dinamiche concrete, alla capacità di rapportarsi con i conflitti in atto che lui stesso ha vissuto con dimensioni di un tipo o di un altro. Ma, come lei mi chiede di descrivere, l'impegno di Alexander Langer è stato fortissimamente legato a questa capacità di essere mediatore fra diversi, fra culture diverse, fra gruppi linguistici diversi, fra impegni politici diversi e “saltatore di muri”. La formazione di Langer, come quella mia e di tanti altri di quella generazione, è cresciuta con l'immagine e la realtà del più importante dei muri, cioè il muro di Berlino che divideva due mondi, che come sa è caduto nel 1989, e questa idea che non bisognasse adattarsi ai muri che ci dividevano ideologicamente, linguisticamente, etnicamente, statualmente, nazionalisticamente, religiosamente, questa dimensione di saltare i muri, e possibilmente anche di abbatterli i muri, di mediare fra esperienze, culture e realtà diverse è stata una costante, un Leitmotiv della vita di Langer. Quindi lui aveva anche molta attenzione, per esempio nella dimensione religiosa all'ecumenismo, aveva molta attenzione, quando c'erano conflitti etnici, a gruppi che dentro le diverse etnie, mentre le loro etnie si scannavano, invece tracciassero anche esilissimi fili di dialogo e di collaborazione, aveva molta attenzione alla capacità di porsi dal punto di vista di chi aveva esperienze diverse. Ricordo uno dei convegni meno conosciuti di Langer, non so neanche se lei l'abbia incrociato nella sua ricostruzione, forse sì se ha letto il libro di Fabio Levi “In viaggio con Alex”. A un certo punto della sua vita, negli anni '80 lui ha fatto un convegno in Sudtirolo, ma un convegno internazionale, facendo venire esponenti anche dalla Germania, dall'Austria, da altri posti, intitolato “Quanto sono conservatori i verdi, quanto sono verdi i conservatori”.

Allora come oggi i verdi non erano ideologicamente e necessariamente di sinistra ma di fatto storicamente, culturalmente, per la propria esperienza, compresa quella di Langer stesso e la mia, venivano da un'esperienza di sinistra, anche in Germania, anche in Austria. Però c'erano anche ecologisti che invece venivano da esperienze culturali e politiche “più di destra” che però erano interessati alla conservazione della natura e, in un momento in cui i conflitti ideologici erano ancora molto forti, prima della caduta del muro di Berlino, Langer fece questo convegno sostanzialmente parlando con i verdi “di destra”, cioè con persone che avevano una forte dimensione ecologista ma che avevano una matrice politica di destra. E quello che ha fatto in questa esperienza, che adesso ho citato come esempio, forse il meno conosciuto di tutti, lo ha sempre fatto nella sua vita, in tutte le esperienze in cui percepiva che ci fossero eccessive rigidità ideologiche, eccessive prevenzioni reciproche, eccessive incomprensioni di un gruppo rispetto all'altro.

Langer, pur occupandosi di politica, è stato sempre convinto che i veri cambiamenti si realizzino dal basso. Come è riuscito, secondo lei, a far dialogare e coincidere politica e scelte individuali?

Questo è vero, senza fare di Langer un basista naïf, cioè non è che Langer non sapesse che poi ci sono anche i partiti politici, le strutture politiche, le organizzazioni politiche, i sistemi politici, le istituzioni politiche. Lui ha sempre privilegiato, è vero, un rapporto con gruppi “di base”, che avessero un impegno concreto, che alle parole facessero seguire i fatti. Questa è la ragione per cui se dovessimo – forse alla Fondazione Langer questo c'è - avere un elenco di tutte le iniziative a cui ha partecipato almeno nell'ultima parte della sua vita, ci verrebbe un senso di stanchezza solo alla lettura, perché faceva centinaia di chilometri a volte per andare a parlare a dieci persone, a volte anche 500 persone, ma a volte anche 10-15-20 persone, cioè era sempre disponibile a un impegno di dialogo, di confronto politico, stiamo parlando, in questo caso, anche con piccoli e piccolissimi gruppi, e poi aveva anche occasione di parlare a grandi platee. Se non fosse morto il 3 luglio, il giorno dopo, due giorni dopo, sarebbe andato a un'assemblea di 500 ragazzi credo in Friuli dove l'aspettavano. Però lui ha sempre avuto da una parte la consapevolezza che bisognava costruire dei momenti organizzativi, ma dall'altra parte aveva sempre il terrore della cristallizzazione eccessiva, dell'irrigidimento di esperienze politiche, compresa quella dei Verdi e di chiunque altro si interessasse “più della corte che del regno”: questa è un espressione che lui ha usato molte volte. Noi non dobbiamo interessarci della corte, cioè di chi sta attorno a chi ha il potere nelle formazioni politiche, ma dobbiamo interessarci al regno, cioè alla gente comune, alla natura, all'ambiente etc. Ed era molto critico verso tutti coloro che perdevano le loro giornate, i loro mesi, i loro anni, nelle dispute all'interno dei partiti, tanto che, per quanto riguarda i Verdi in particolare, lui era arrivato a teorizzare e a tentare di praticare con molta difficoltà, perché non è facile, una sorta  di “biodegradabilità”, costruire momenti organizzativi, momenti politici per finalità specifiche - lui teorizzava questo - e poi però avere anche la capacità di destrutturarli, di scioglierli. Lui parlava di “biodegradabilità”: non fare scelte irreversibili, non fare scelte che poi abbiano come principale preoccupazione quella di auto-riprodursi, di auto-perpetuarsi, che poi è la triste realtà di quasi tutte le formazioni politiche, grandi, piccole o medie che siano. Ma questa è una cosa che lui sentiva molto forte, e aveva molto forte questo senso di non costruire mai qualcosa che avesse confini rigidi, che si chiudesse in se stessa.

Ad un certo punto della sua vita, quando nasce il PDS, dal vecchio Partito Comunista, lui arriva a fare una provocazione intellettuale - anche per questo lui mi aveva chiesto un parere e, a differenza dell'altro parere che gli ho dato consenziente, su questo che adesso ricordo cercai di dissuaderlo inutilmente, perché mi sembrava che non avrebbe raccolto consensi , lui a un certo punto, non per ambizione di potere, ma per provocazione culturale, arrivò a dire e a teorizzare che il PDS nascente dovesse avere un “papa straniero”. Teniamo presente che eravamo nel pieno dell'esperienza di Wojtyla, che era il primo papa straniero, perché dopo tanti papi italiani, era arrivato il primo papa straniero, il primo papa polacco. Lui usò questa metafora del papa straniero riferita al PDS, che si voleva riformare, ricostruire rispetto alla fallimentare esperienza comunista, che era crollata col muro di Berlino, e arrivò ad auto-candidarsi a segretario, e bisognava conoscere Langer per capire che non era una cosa di orgoglio, arroganza, presunzione o ambizione, ma arrivò ad auto-candidarsi a fare il segretario del PDS. Nell'antologia “Il viaggiatore leggero” lei questo testo lo trova. Ovviamente nessuno gli diede ascolto, nessuno gli diede retta, però come lo motiva è straordinario perché anche riferito non alla piccola realtà dei Verdi ma alla grande realtà del Partito Democratico di Sinistra ed era anche allora un tentativo di rompere i confini culturali, addirittura personali, in qualche modo di rimescolare le carte, di rimettere in discussione esperienze che non si istituzionalizzassero subito troppo rigidamente. Questo l'ha fatto per tutta la sua vita, l'ha fatto anche nei Verdi, e ha avuto anche molte delusioni, molte incomprensioni, è stato visto con molto sospetto da chi ovviamente puntava di più a mantenere delle posizioni o dei ruoli istituzionali, è sempre stato visto con una certa diffidenza. Langer oggi è ricordato da tutti con grandissimo affetto, con grandissima nostalgia, con grandissima stima, anche credo per lo più sincere. Però finché è stato in vita, non ha avuto la vita facile, non l'ha avuta non solo per l'eccesso di pesi di cui si è caricato, non solo perché ha avuto attacchi addirittura dal mondo del pacifismo, considerato lui troppo poco pacifista perché aveva chiesto l'intervento delle forze armate internazionali in Bosnia, ma ha avuto a volte delle critiche molto pesanti anche dal mondo politico. Starei per dire che, per chi ancora oggi lo riconosce o impara a conoscerlo, forse Alex Langer ha un'influenza maggiore oggi, ripeto, non nei giovanissimi che magari non lo conoscono, di quanto l'avesse quando era in vita. Anche se devo dire che quando si è presentato alle elezioni, sia a livello regionale sia poi a livello di Parlamento Europeo, la prima nell'89, la seconda nel '94, lui è stato eletto, sia pure in una piccola formazione politica, ma con un successo anche personale straordinario. 

Qual è, secondo lei, il nucleo dell'eredità morale e politica che Langer ha lasciato? Crede che il suo pensiero sia valido ancora oggi?

Credo sinceramente di si. Ripeto, non bisogna fare un “santino” di Alexander Langer, non bisogna farne neanche un mito. Alexander Langer, con straordinari pregi, era un uomo in carne ed ossa come tutti, aveva anche lui le sue debolezze, aveva anche lui qualche volta le sue contraddizioni, aveva i suoi limiti. Se non ricordiamo anche questo rischiamo poi di farne una figura irraggiungibile per cui specialmente i più giovani oggi nel rapportarsi a lui rischierebbero di vederlo come una specie di figura mitologica irripetibile. Irripetibile Langer lo è, come sono irripetibili tutte le persone, hanno tutte la loro individualità e la loro autonomia, però poi io credo che chiunque oggi rilegga, in assenza di un'opera sistematica sua, la sterminata messe di scritti che ha lasciato e rilegga, magari con più semplicità, l'antologia, che ho citato - più equilibrata per le varie fasi della sua vita e per le tematiche culturali e l'impegno politico che lui nella sua vita ha affrontato -, cioè “Il viaggiatore leggero”, chiunque riprenda in mano oggi quel libro io credo che si accorga che sono pochissimi i punti di quel libro, che non possano essere letti ancora oggi con vivissima attualità, forse con un'attualità ancora maggiore di quella che avevano quando sono stati scritti. Paradossalmente Langer ha avuto anche – io ho parlato a volte di Langer come testimone e profeta del nostro tempo –la sorte di tutti i profeti, cioè di avere in qualche modo indicato la strada e di non aver potuto vedere però il raggiungimento di quel percorso, essendo morto prima, che è un po' la sorte che hanno tutti i profeti. Per cui io mi sentirei di dire che la rilettura degli scritti di Langer sia ancora oggi di una validità straordinariamente forte anche sul piano etico, non solo sul piano politico, non solo sul piano culturale. Io credo dunque che il nucleo del pensiero verde di Langer sia un continuo interrogarsi dell'uomo rispetto a se stesso, dell'uomo rispetto agli altri uomini e un continuo interrogarsi sul rapporto tra l'uomo e l'ambiente circostante e la responsabilità rispetto alla natura. È giusto dire eredità morale e politica perché se per decenni Alex ha avuto un impegno politico alla trasformazione della realtà circostante in cui si trovava, è stata altrettanto forte quella che possiamo chiamare, con un'espressione di Max Weber, la dimensione dell'”etica della responsabilità”. E questo impegno politico concreto molto forte, ma anche questa fortissima tensione culturale a cui ho fatto riferimento quando ho parlato dell'utopia concreta e questa fortissima dimensione etica a cui faccio riferimento nei termini weberiani dell'”etica della responsabilità”, lo strettissimo intreccio fra queste tre dimensioni mi pare che, inevitabilmente in sintesi un po' forzata, sia il nucleo dell'eredità politica e morale di Langer oggi.

Mi può dire qualcosa su Langer come “educatore”?

Io non ho conoscenza diretta di questo, nel senso che ovviamente non sono mai andato nelle scuole dove lui ha insegnato. Ma quello che io posso dire è che Langer non solo ha insegnato, da quello che so indirettamente, in modo straordinariamente efficace, lasciando memoria ancora a decenni di distanza in chi è stato suo allievo, prima in Sudtirolo e poi a Roma, ma che forse tutta l dimensione politica e culturale di Langer è quasi riassumibile nella dimensione di un grande educatore. Langer è stato un grande educatore, aveva la dimensione dell'educatore, avendo scelto la professione dell'educatore. Ovviamente l'ha potuta fare per una breve parte della sua vita, ma l'ha scelta, cioè lui ha scelto come professione di essere un insegnante e l'ha fatto - per quello che danno testimonianza quelli che erano i suoi colleghi e soprattutto i suoi allievi di allora - lasciando una traccia indelebile nella formazione non solo culturale e scolastica, ma nella formazione “etica” di quelli che lui ha avuto come studenti e l'ha fatto dando interamente se stesso a questa dimensione. In questo, pur non avendo seguito il consiglio di don Milani di abbandonare gli studi per dedicarsi totalmente a un'esperienza come quella della Scuola di Barbiana, però Langer, sia quando ha insegnato nella scuola, sia quando ha insegnato attraverso l'elaborazione culturale e un impegno politico così fortemente caratterizzato anche sul piano etico, ha continuato ad insegnare per tutta la vita.

 

  Marco Boato

MARCO BOATO

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