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Trento, 14 settembre 2020
Sindrome post-Covid-19: istituzione di ambulatori presso
l'ospedale S. Chiara di Trento e l'ospedale di Arco per il follow-up degli effetti a breve e lungo termine dell'infezione da coronavirus

Proposta di mozione presentata dalla Cons. Lucia Coppola

Sono passati sei mesi dall’inizio dell’emergenza sanitaria in Italia e dal giorno in cui l’Oms ha dichiarato l’infezione Covid-19 una pandemia. Tra le molte incognite che restano ancora (al momento) senza risposta sul nuovo coronavirus ci sono anche gli effetti a lungo termine che la malattia ha sulla salute dei pazienti. In molti soggetti, in particolare nei casi gravi, ma non solo, anche una volta che l’infezione vera e propria è finita persistono diversi sintomi, come la stanchezza e l’aritmia. Quanto dureranno? Quale può essere l’entità del danno anche a distanza di tempo?

Domande al momento senza risposta, ma sono in corso molti studi che analizzano quella che è stata definita la “sindrome post-Covid-19”.

Sono già stati pubblicati alcuni studi che presentano i primi risultati. “Al momento i sintomi principali riportati dai pazienti dopo l’infezione sono tre: un senso profondo di stanchezza (astenia, fatigue in inglese), l’affanno, quindi difficoltà a respirare profondamente e dolori alle ossa e ai muscoli a livello del torace, associati a una difficoltà respiratoria”, spiega il Dottor Angelo Carfì, geriatra alla Fondazione Policlinico Universitario Agostino Gemelli IRCCS e primo autore di un articolo pubblicato su JAMA. La ricerca analizza i sintomi lamentati dai soggetti che hanno sofferto di una forma grave di Covid-19, a circa due mesi dalla dimissione ospedaliera.

Un senso profondo di stanchezza.

Il sintomo persistente più inquietante e comune sembra essere proprio la stanchezza. Intervistato da Science, Michael Marks, specialista in malattie infettive alla London School of Hygiene & Tropical Medicine ha precisato l’importanza di rintracciare i sintomi che causano tale stanchezza per poterla gestire. Alla base della fatigue potrebbe esserci una fibrosi polmonare o una funzione cardiaca compromessa, ad esempio. “La stanchezza profonda è un sintomo aspecifico”, conferma Carfì. “Anche quando abbiamo l’influenza avvertiamo questo senso di stanchezza, principalmente dovuto alle citochine infiammatorie rilasciate dal sistema immunitario al fine di arginare il patogeno invasore”. Ci sono diversi fattori che potrebbero spiegare perché il sintomo persiste nel tempo: “la liberazione di citochine, che continua anche dopo l’infezione perché il corpo si sta ricostituendo, oppure una persistenza del virus negli organi”, ipotizza il dottore. L’astenia potrebbe anche essere dovuta “all’impatto devastante che ha avuto la patologia non solo dal punto di vista organico ma anche sul morale, sulla motivazione, sull’aspetto cognitivo”. L’isolamento, il ricovero, la drammaticità dell’emergenza sanitaria inedita sono un’esperienza molto traumatica.

È più facile identificare le basi fisiopatologiche della dispnea, dovuta al fatto che i polmoni, gli organi più fortemente colpiti dal Covid-19, sono in corso di guarigione e ci vuole un po’ di tempo perché i tessuti si ricostituiscano completamente. Il neurologo Michael Zandi, citato nell’articolo di Science, sottolinea come anche malattie comuni come la polmonite possono necessitare di un periodo di recupero di circa un mese. L’astenia, ad esempio, è molto comune nella fase di convalescenza della mononucleosi, precisa Carfì. Nei casi molto gravi di Covid-19 però si è verificata una sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS). In una percentuale di questi pazienti, sottolinea il dottore, “il sovvertimento micro-anatomico che avviene durante l’infezione può causare dei problemi che durano tutta la vita. Le parti di polmone che sono state danneggiate non guariscono mai completamente”.

Una valutazione del genere però potrà essere fatta con precisione grazie a studi più duraturi nel tempo, come è avvenuto per la prima sindrome respiratoria acuta grave (Sars) e la sindrome respiratoria mediorientale (Mers). Entrambe possono devastare i polmoni e uno studio condotto su operatori sanitari affetti da Sars nel 2003 ha rilevato che coloro che presentavano lesioni polmonari un anno dopo l’infezione le avevano ancora dopo 15 anni. Un altro studio cinese mostra che 12 anni dopo aver contratto il virus Sars-Cov, un piccolo gruppo di pazienti sopravvissuti era più incline alle infezioni (la metà dei pazienti aveva avuto almeno cinque raffreddori nell’anno precedente). Covid-19 è comunque una malattia più lieve rispetto a Sars e Mers e al momento “nessuno è in grado di prevedere quale sarà la percentuale di pazienti che si riprenderanno e quanti invece avranno danni a lungo termine”, ha dichiarato a Science il medico Michelle Biehl, della Cleveland Clinic in Ohio.

La nebbia nel cervello

Un altro sintomo comune e preoccupante è la difficoltà a pensare con chiarezza. Una sorta di “nebbia nel cervello” accompagnata a problemi di memoria. Questo deficit cognitivo resta un mistero per i clinici, ma ha delle basi obiettive. Neurologi e psichiatri del Gemelli hanno sottoposto i pazienti a test psicologici per quantificare e valutare oggettivamente questi sintomi. “Le analisi preliminari mostrano che la performance di questi pazienti è inferiore a quella attesa per la loro fascia di età (tra i 50 e i 60 anni). Non si sa ancora se ciò possa essere dovuto a un’azione diretta del virus sui neuroni, m alcuni ricercatori ipotizzano che questo possa anche aumentare il rischio di sviluppare il morbo di Parkinson o la malattia di Alzheimer. Cosa plausibile secondo Carfì che immagina che l’infezione da Covid-19 possa aggravare una situazione di pre-Alzheimer per esempio. “L’eccessivo stress a cui un paziente, che ha una predisposizione per la malattia, verrebbe sottoposto a causa del virus potrebbe portare a una manifestazione più rapida dei primi sintomi”. In alcuni pazienti persistono poi tosse, perdita del gusto e dell’olfatto, mal di testa, vertigini, insonnia, rash cutanei ed anche aritmia. Diversi studi sottolineano infatti come il virus possa danneggiare la funzione cardiaca in modo duraturo. Una ricerca pubblicata su JAMA Cardiology ha rilevato che su 100 pazienti che avevano avuto il Covid-19, 78 presentavano anomalie cardiache e molto spesso infiammazione del muscolo cardiaco a 10 settimane dalla diagnosi.

Gli studi in corso

La maggior parte degli articoli pubblicati fin ora sulla “sindrome post-Covid” si limitano a riportare i sintomi riferiti dai pazienti senza effettuare un esame obiettivo che confermi l’esistenza di problemi che comportano tali sintomi. Degli esami obiettivi vengono comunque condotti attualmente in tutto il mondo, ci spiega Carfì e forniranno dati molto solidi. Al momento lo studio di follow-up più vasto che è stato lanciato è PHOSP-COVID, condotto nel Regno Unito da un consorzio di ricercatori e clinici che intende valutare gli effetti a lungo termine del Covid-19 in circa 10.000 soggetti per un anno.

I medici del Gemelli continueranno invece a seguire i pazienti, effettuando esami obiettivi per valutare la performance respiratoria e le performance cognitive, ad esempio. Queste analisi inizialmente non erano inserite nel contesto di uno studio clinico, ma nascono dalla necessità pratica di seguire i pazienti che erano stati dimessi. “I medici al Gemelli si sono resi conto che anche coloro che rispondevano ai criteri per le dimissioni (due tamponi negativi), non erano del tutto guariti”, spiega Carfì, “abbiamo quindi deciso di rivederli per un controllo a distanza di tempo. A questa iniziativa hanno partecipato moltissimi esperti: psichiatri, otorini (che valutano gusto e olfatto), pneumologi, infettivologi, gastroenterologi. Ogni specialista ha raccolto i dati in modo molto standardizzato e preciso e parte dell’anamnesi è stata raccolta e pubblicata su JAMA”. Quel primo lavoro viene adesso esteso: i pazienti sono attualmente 350 e per ognuno vengono raccolte circa 1.500 variabili. “L’ideale sarebbe rivedere tutti questi pazienti dopo 6 mesi o un anno per capire se questi sintomi sono persistenti ma non permanenti”, conclude il dottore. Le ricerche si concentrano sui casi gravi, di persone che sono state ospedalizzate, soprattutto perché i casi lievi sono più difficili da studiare clinicamente.

Questi e molti altri studi in corso in tutto il mondo saranno indispensabili per scoprire gli effetti a lungo termine del Covid-19, quanto durano e come migliorare le condizioni dei pazienti una volta che sono stati dimessi dall’ospedale. Sono attivi in tutta Italia ambulatori per il follow up multidisciplinare per pazienti dimessi, in quanto ritenuti guariti da infezione da Covid 19. Il programma di follow up del San Raffaele permette di seguire con specialisti dopo la guarigione i pazienti dimessi per comprendere gli effetti a breve lungo termine che il Covid 19 può lasciare sull'individuo. In molti altri ospedali sono stati allestiti ambulatori con le stesse finalità. In Trentino esiste presso l’ospedale di Arco un ambulatorio per lo studio delle complicanze respiratorie, ma è necessario un ambulatorio multidisciplinare presso l’ ospedale S Chiara e quello di Arco con la partecipazione di specialisti coinvolti nello studio delle malattie sempre più numerose che si evidenziano dopo la guarigione della infezione da Covid 19. Il problema è l’istituzione e l'organizzazione di tali ambulatori mancando in Trentino una struttura complessa di Malattie infettive con relativo direttore. In attesa della istituzione di tale struttura complessa si ritiene che il direttore del Dipartimento della Prevenzione possa essere la professionalità più adatta per l’istituzione di tali poliambulatori, acquisendo le modalità organizzative di esempi funzionanti di altre regioni, delineando linee guida in attesa della istituzione di un primariato di Malattie Infettive presso l’ ospedale S. Chiara di Trento.

Tutto ciò premesso

il Consiglio della Provincia autonoma di Trento
impegna la Giunta provinciale a:

valutare l’opportunità di istituire presso l’ospedale Santa Chiara di Trento e presso l’Ospedale di Arco un poliambutario multidisciplinare per lo studio dei pazienti guariti da Covid 19, tenendo conto delle sempre più numerose complicazioni evidenziate da studi emergenti dalla letteratura e acquisendo la conoscenza della funzionalità dei principali esempi funzionanti in Italia, avvalendosi eventualmente di consulenze ed elaborando linee guida.

 

      Lucia Coppola

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