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Trento, 8 ottobre 2019
LE CRITICITÀ DELLE SCELTE DELLA GIUNTA
IN MATERIA DI EDILIZIA PUBBLICA

Interrogazione a risposta scritta
presentata da Lucia Coppola di FUTURA

Dal 16 settembre 2019 sono scattati i nuovi requisiti per ottenere un alloggio pubblico: sarà necessario essere residente in Italia da almeno dieci anni in Italia, di cui gli ultimi due continuativi e avere tre anni di residenza in Trentino. L'8,6% degli assegnatari sono stranieri (di questi meno del 6% sono extracomunitari) a fronte di un 91,4% di cittadini italiani. Il diritto sociale all'abitazione è attinente alla dignità e alla vita di ogni persona, quindi anche degli stranieri che vivono e lavorano e contribuiscono al Pil del nostro paese. Il criterio di “residenza qualificata” indica uno stato di residenza protratto per un numero definito di anni, apparentemente neutro, che però svantaggia pesantemente gli ultimi arrivati, che diventano “ultimi” in tutti i sensi. Ma penalizza anche, nel caso dei dieci anni previsti per poter accedere ad una abitazione che abbia un canone adeguato alle risorse di un determinato nucleo familiare, tutti quei cittadini italiani che cambiando residenza, pur maturando diritti legati alla contribuzione versata, vengono comunque privati di alcuni servizi, tanto nella regione da cui provengono, quanto in quella di arrivo.

Inoltre i cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea devono produrre un’apposita certificazione rilasciata dalla competente autorità dello Stato estero, tradotta in lingua italiana e legalizzata dall'autorità consolare italiana, in conformità a quanto disposto dall'articolo 3 del testo unico di cui al decreto del Presidente della Repubblica 28 dicembre 2000, n. 445, e dall'articolo 2 del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 31 agosto 1999, n. 394. Per di più tale documentazione spesso non può essere presentata per l’inesistenza, nei paesi di provenienza, di un adeguato sistema di certificazione: non è una scusa, ma una verità al punto che la norma stessa prevedeva già un decreto ministeriale che stabilisse i Paesi per i quali è “oggettivamente impossibile” procurare tale documentazione. Tale decreto doveva arrivare entro il 18 luglio, ma non è stato emanato. Il blocco nell’erogazione delle agevolazioni esclude quindi in questo momento a tempo indeterminato i cittadini stranieri senza alcuna certificazione.

L'articolo 3 della Costituzione dice che la dignità della persona non può essere graduata, il non pieno riconoscimento dei diritti sociali determina la mancata integrazione nel tessuto sociale di un territorio (fatto questo non conveniente per nessuno), creando fasce di esclusione dal diritto alla salute, all'abitazione, al vestiario, alla cultura e all'istruzione. Che possono, quelle sì, creare problemi di non integrazione che si riversano su tutti.

Come è stato evidenziato dalla Corte Costituzionale (sentenza n.133/2013), fare differenze in base all'anzianità di residenza è dunque arbitrario, perché non può esserci correlazione tra la durata della residenza e le situazioni riferibili a disagio e bisogno che costituiscono il presupposto delle provvidenze sociali. Perciò quanto previsto da questo governo provinciale determina una irragionevole discriminazione sia nei confronti dei cittadini dell'Unione, ai quali deve essere garantita la parità di trattamento rispetto ai cittadini degli stati membri, sia nei confronti di cittadini di Paesi terzi che siano soggiornanti di lungo periodo i quali in virtù del dell'art. 11 della direttiva 2003/109 CE, godono dello stesso trattamento dei cittadini nazionali per quanto riguarda l'ottenimento di un alloggio (sentenza n.168 del 2014). L'ordinamento italiano prevede per i cittadini che abbiano un permesso di soggiorno in corso di validità e risiedano nello Stato per almeno cinque anni il diritto all'assegnazione degli alloggi di edilizia residenziale pubblica in condizione di parità con gli autoctoni.

Il vincolo dei dieci anni è una misura propagandistica, che non dà alcuna soluzione al problema della casa, a cominciare dai trentini che hanno necessità di un nuovo piano casa e di più alloggi a disposizione.

La Provincia investe complessivamente 6 milioni di euro ogni anno su questa misura. Queste risorse negli anni sono rimaste costanti, mentre è cresciuto il numero di chi fa richiesta per questo contributo: in 9 anni, dal 2009 al 2018, a fronte di una crescita della popolazione di 25mila persone, a disposizione dei potenziali inquilini ci sarebbero solo 25 alloggi in più.

I Sindacati denunciano la scelta dei dieci anni di residenza che non ritengono essere solo di natura propagandistica, ma anche di risparmio. Infatti coloro che hanno diritto ad una casa popolare ma non possono beneficiarne per la mancanza di alloggi, oggi, riceve infatti dalla Provincia un contributo economico ad integrazione del canone d'affitto che paga sul libera mercato. Limitando l'accesso alle domande di alloggio degli stranieri, ne risulterebbe un vantaggio economico.

Tutto ciò premesso

interrogo il presidente della provincia di Trento per sapere:

– se ritenga che il requisito dei dieci anni di residenza in Italia e almeno tre in Trentino nel settore della locazione di alloggi pubblici sia una misura efficace per rispondere alle esigenze di abitazione dei cittadini;

– se non ritenga che il requisito dei 10 anni di residenza in Italia e 3 anni consecutivi in Trentino, previsti per poter accedere alle misure previste per l’accesso all’edilizia popolare, penalizzi anche tutti quei cittadini trentini che fanno esperienze lavorative o di studio all’estero o in altre regioni italiane cambiando residenza e si ritrovano, rientrati in Trentino, in un momento di necessità, a non avere più i tre anni consecutivi di residenza per accedere al beneficio;

– se non ritenga ingiusta l’impossibilità di accedere ai benefici pubblici per i cittadini di Stati non appartenenti all'Unione europea, che devono produrre apposita certificazione rilasciata dalla competente autorità dello Stato estero, tradotta in lingua italiana e legalizzata dall'autorità consolare italiana, e impossibilitati a produrla perché magari provenienti da Paesi dove non è previsto un catasto dei beni (in attesa dell’emanazione del decreto ministeriale che stabilisce i Paesi per i quali è “oggettivamente impossibile” procurare tale documentazione);

– quale sia stata la richiesta di alloggi pubblici negli ultimi tre anni e quante richieste non sono state soddisfatte;

– quanto è stato erogato negli ultimi due anni come contributo integrativo al canone di locazione;

– se non si ritenga di dover investire in nuovi alloggi pubblici;

– se ritenga di istituire, come richiesto dai sindacati trentini, un Osservatorio provinciale del sistema abitativo, per monitorare i bisogni e confrontarsi sulle politiche per la casa.

 

      Lucia Coppola

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