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Trento, 8 giugno 2011
Trento cittÀ libera dal nucleare
Lucia Coppola
Verdi e Democratici per Trento


Allora è proprio vero! A quanto pare gli italiani il 12 e 13 giugno potranno andare a votare  per decidere del futuro del nucleare civile in Italia. La Corte Costituzionale, presieduta da Alfonso Quaranta, ha infatti confermato  la presenza del quesito referendario sull'atomo, votando all'unanimità la sentenza  n. 174 che respinge il ricorso all'Avvocatura di Stato presentato dall'esecutivo  del governo Berlusconi. Non posso che rallegrarmene e sarò di certo in compagnia di tante persone sensibili e di buon senso.

Alla fine di marzo, in qualità di consigliere comunale, ho presentato  al mio comune, Trento, un ordine del giorno per la dichiarazione di Trento Territorio Denuclearizzato.  Ora, vuoi per i tempi della politica, vuoi per questioni di par condicio, sicuramente questo  documento verrà discusso fuori tempo massimo, chissà quando. Per questo motivo, per sommi  capi e in modo discorsivo, lo propongo all'attenzione dei lettori, come contributo al dibattito che ferve, in questi pochi giorni che ci separano  dal voto.

E' cosa nota che il governo italiano ha deciso per un ritorno al nucleare nel nostro Paese, con l'obiettivo dichiarato di produrre il 25% dell'energia elettrica dall'atomo. Per arrivare a questo obiettivo, l'Italia dovrebbe localizzare e costruire sul territorio nazionale 8 reattori come quello attualmente in funzione in Finlandia (il più grande al mondo). Il nucleare però non ci farà recuperare i ritardi rispetto alle scadenze internazionali per la lotta ai cambiamenti climatici. Semmai l'Italia decidesse di costruire alcune centrali nucleari, passerebbero, al netto di ritardi per le inevitabili contestazioni popolari e per i tempi di allestimento delle stesse, almeno 10-15 anni prima della loro entrata in funzione. Non riusciremmo quindi a rispettare l'accordo vincolante europeo “20-20-20” (secondo cui il entro il 2020 tutti i Paesi membri devono ridurre del 20% le emissioni di CO2 rispetto al 1990, aumentare al 20% il contributo delle energie rinnovabili, ridurre del 20% il consumo energetico), incorrendo in ulteriori sanzioni da aggiungere a quelle ormai inevitabili per il mancato rispetto del Protocollo di Kyoto.

Se l'Italia ricorresse al nucleare, dirotterebbe sull'atomo anche le insufficienti risorse e economiche destinate allo sviluppo delle rinnovabili e al miglioramento dell'efficienza energetica, abbandonando di fatto le uniche soluzioni praticabili per ridurre in tempi brevi le emissioni climalteranti. Ciò che serve è invece innovare profondamente il sistema energetico nazionale e costruire quella struttura imprenditoriale diffusa che garantirebbe la creazione di molti posti di lavoro (sul modello di quanto fatto in Germania dove oggi sono impiegati tra diretto e indotto circa 250 mila lavoratori). Solo con una politica nazionale e locale che escluda il nucleare, promuova l'innovazione e renda più efficiente e sostenibile il modo con cui produciamo l'elettricità e il calore, si muovono le persone e le merci, consumiamo energia negli edifici e produciamo beni, riusciremo a rispettare le scadenze internazionali per la lotta ai cambiamenti climatici.

Grazie al referendum del 1987, l'Italia è stata il primo Paese tra i più industrializzati ad uscire dal nucleare. Solo nel 2010 infatti è stata seguita dalla Germania con la definizione dell' exit strategy  dalla produzione di energia elettrica dall'atomo entro il 2020, e più recentemente dalla Spagna. Il nucleare è una fonte energetica in declino sullo scenario mondiale: infatti secondo le ultime stime  nei prossimi decenni si passerebbe dal 15% del 2006 a circa il 13%.

La tecnologia su cui vuole puntare il governo italiano è quella di “terza generazione evoluta”, che non ha risolto nessuno dei problemi già noti da anni. Insomma l'Italia si sta preparando a promuovere una tecnologia già vecchia.  La convinzione dell'utilità di ricorrere all'energia atomica per ridurre la bolletta energetica del Paese e la dipendenza dalle importazioni, si scontrano infatti con i tanti problemi irrisolti della tecnologia nucleare oggi disponibile. Tra tutti, i costi di Kwh da produzione elettronuclaeare, la sicurezza delle centrali, la gestione dei rifiuti radioattivi e lo smantellamento degli impianti, la loro protezione da eventuali attacchi terroristici, il rischio della proliferazione di armi nucleari e infine la necessità di importare dall'estero l'uranio, le cui riserve naturali sono sempre più scarse. Nonostante da più parti si continui a spacciare il  nucleare come una delle fonti energetiche meno costose, l'apparente basso costo del Kwh nucleare è dovuto esclusivamente all'intervento dello Stato, direttamente o indirettamente, nell'intero ciclo di vita di una centrale: dalla costruzione allo smantellamento, sino allo smaltimento delle scorie. A tale proposito sono  illuminanti le conclusione della ricerca “The economic future of nuclear power”, condotta dall'Università di Chicago nell'agosto 2004. Secondo il rapporto dell'Università USA, considerati tutti i costi, dall'investimento iniziale e dalla progettazione fino ad arrivare alla spesa per lo smaltimento delle scorie (che incide fino al 12% del prezzo totale di produzione elettrica), il primo impianto nucleare che entrerà in funzione produrrà elettricità a 47- 71 dollari per Mwh escludendo qualsiasi sovvenzione statale all'industria dell'atomo.

Sulla sicurezza degli impianti ancora oggi, a 25 anni dal terribile incidente di Cernobyl (35 mila morti), e con quello che sta avvenendo nella catastrofe nucleare della centrale di Tukushima in Giappone, è evidente che non esistono le garanzie necessarie per l'eliminazione del rischio di incidente nucleare e conseguente contaminazione radioattiva, come dimostra la lunga serie di incidenti avvenuti in Francia nel 2008.Va inoltre considerata la natura del territorio italiano, sismico per oltre il 90%. Rimangono anche tutti i problemi legati alla contaminazione ordinaria delle centrali nucleari, in seguito al rilascio di piccole dosi di radioattività durante il normale funzionamento dell'impianto, a cui sono esposti i lavoratori e la popolazione che vive nei pressi. Con crescita esponenziale di leucemie e malformazioni.

Non esistono poi, ad oggi, soluzioni concrete al problema dello smaltimento dei rifiuti radioattivi derivanti dall'attività delle centrali o dalla loro dismissione. Le circa 250 mila tonnellate di rifiuti radioattivi prodotti fino ad oggi nel mondo sono tutte in attesa di essere  conferite in siti di smaltimento definitivo, stoccate in depositi temporanei o lasciate negli stessi impianti dove sono stati generati. Lo stesso vale ovviamente anche per il nostro Paese che conta circa 25 mila mc di rifiuti, 250 mila tonnellate di combustibile irraggiato, pari al 99% della radioattività presente nel nostro Paese, a cui vanno sommati i circa 1500 mc di rifiuti prodotti annualmente da ricerca, medicina e industria e i circa 80-90 mila mc di rifiuti che deriveranno dallo smantellamento delle quattro ex centrali.

Oltre al problema legato alla sistemazione definitiva delle scorie, esiste anche la necessità di rendere inutilizzabile il materiale di scarto per evitarne il possibile uso a scopo militare, a maggior ragione in uno scenario mondiale in cui il terrorismo globale è una minaccia. Gli impianti nucleari attivi, e quelli in costruzione, se da una parte possono essere obiettivi sensibili per i terroristi, dall'altra producono scorie dal cui trattamento viene tratto il plutonio, materia prima per la costruzione di armi a testata nucleare. Nell'attuale quadro mondiale si corre il forte rischio che ci possano essere Paesi che sfuggono al controllo della comunità internazionale, tra tutti l'Iran, e che potrebbero usare il nucleare civile  per dotarsi di ulteriori armamenti nucleari. Occorre fare i conti con le riserve di U235 (l'uranio fissile altamente radioattivo, che rappresenta il combustibile dei reattori nucleari): al ritmo di consumo attuale, la sua disponibilità potrà essere stimata per circa settant'anni, ma se la richiesta crescesse, si potrebbe riproporre una situazione del tutto simile a quella della “guerra per il petrolio”. I considerevoli consumi di acqua necessari al funzionamento dei reattori aggraverebbero la  già delicata situazione italiana. Le centrali nucleari francesi usano il 40% delle risorse idriche consumate su tutto il territorio nazionale. Secondo uno studio del 2007, pubblicato negli Stati Uniti, in media per un reattore da 100 MW servono oltre 2,5 milioni di mc di acqua al giorno. Una quantità rilevante anche per l'Italia, visto anche gli scenari futuri sui cambiamenti climatici che prevedono una  consistente diminuzione nella disponibilità di risorse idriche nel nostro Paese.

La mia richiesta è perciò quella di dichiarare il territorio comunale di Trento “denuclearizzato”, contrario quindi alla produzione di energia nucleare; di vietare su tutto il territorio comunale l'installazione di centrali che sfruttino l'energia atomica; di garantire la massima trasparenza e partecipazione nel processo di individuazione dei siti di stoccaggio delle scorie radioattive, derivanti dalla dismissione delle centrali italiane in seguito al Referendum del 1987.

Lucia Coppola
Verdi e Democratici per Trento

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