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Trento, 25 febbraio 2019
TOLLER, IL PROF GENTILE COME UN PAPÀ
di Lucia Coppola
dal Trentino di lunedì 25 febbraio 2019

prof. Adolfo Toller

Qualche settimana fa ho letto con grande dispiacere della scomparsa di una persona a cui ho voluto molto bene, il professor Adolfo Toller.

Anche le maestre hanno avuto dei maestri, su questo non ci piove. Ho ripensato spesso, con affetto e riconoscenza, alle figure umane e intellettuali che hanno segnato il mio percorso di vita e quello lavorativo e lui è stato sicuramente una figura importante nel mio percorso di vita e professionale.

Un pomeriggio, insegnavo da un po’ di tempo in quel di Vigo Meano, la bidella mi avvisò del fatto che a scuola c’era una persona che voleva parlarmi.

Me la passò al telefono, mentre io, già emozionata, sentivo tra me e me che si trattava di qualcuno di molto importante. E a un tratto sentii la sua voce.

Era il mio professore di lettere alla scuola media di Riva del Garda. Quasi quarant’anni prima! Il professor Toller era stato invitato alla presentazione della mostra sulla storia della nostra scuola, che avevamo allestito nella mansarda del nuovo edificio scolastico, da poco intitolato a Italo Calvino.

Spesso leggevamo i suoi libri nelle classi e in un’occasione lo rappresentammo a livello teatrale, utilizzando le splendide raccolte di “Fiabe italiane”, con sommo gradimento dei nostri alunni. Per festeggiare degnamente la nuova scuola e la sua importante intitolazione, decidemmo allora di lavorare sulla memoria della scuola, che come istituzione esisteva da un paio di secoli almeno ed aveva costituito un importante elemento di aggregazione e di socialità, oltre che di trasmissione di saperi, per la piccola comunità raccolta intorno alla chiesa e ai numerosi “masi” che punteggiavano la collina e le vallette circostanti.

Sergio, un nostro collega appassionato di storia locale e dalle spiccate capacità archivistiche e storiografiche, essendo profondo conoscitore del luogo in cui era nato e cresciuto, fu la nostra guida. Con lui avviammo il progetto che prevedeva la raccolta di importanti reperti rinvenuti nelle cantine al momento del trasloco.

I documenti erano davvero antichi e preziosi. La creazione di scuole pubbliche, popolari, la si deve in Trentino all’impulso e alla straordinaria lungimiranza dell’imperatrice Maria Teresa d’Austria, nota per aver alfabetizzato i territori del suo vasto impero.

Nelle cantine buie e polverose, regno incontrastato di certi topacci robusti, c'erano vecchi registri, alcuni risalenti al 1800, e poi libri, quaderni, foto, penne e pennini di tutte le forme, calici porta inchiostro, carte geografiche, vecchie filmine, registratori e radio d'epoca.

Tutto fu opportunamente ripulito, ordinato, classificato ed esposto in mostra. Roberto, con i bambini più grandi, aveva anche organizzato una serie di interviste, quanto mai interessanti, agli anziani del posto, che ci avevano consegnato con dovizia di particolari l’immagine del tempo passato.

Da questo importante lavoro di ricostruzione sortì un bel libro, un filo narrante a più voci e ben documentato, che ci consegnò nitida e viva la storia del paese, ma anche della condizione dei bambini e della loro fatica di vivere in un piccolo borgo rurale ai margini della città: la collina in pieno sole, con vista sull’infinito.

Si snodarono così, sul filo della memoria, giochi e marachelle, la paura delle autorità, la difficoltà di apprendere, il desiderio di migliorare. E poi la miseria, la fame, le malattie, la guerra, la mortalità infantile, l’emigrazione in terre lontane, il lavoro nei campi e con il bestiame, prima e dopo la scuola. Nella mostra apparvero anche molte foto delle classi nelle differenti annate, in compagnia dei loro insegnanti.

Fu così che a un certo punto lo vidi: un bel ragazzo dal sorriso smagliante, giovane e atletico, con occhi intelligenti e vivaci. Era il mitico professor Toller, che si era laureato in lettere proprio mentre insegnava a Vigo Meano. Quando lo trasferirono, si portò lassù, alle pendici del monte Calisio, la giovane moglie ed i figli piccoli, e tutta la famiglia andò ad abitare nell’edificio scolastico, come un tempo si usava.

In seguito, diventò professore di lettere alla scuola media di Riva del Garda: era lì che io l’avevo conosciuto e apprezzato, ma anche amato, come una bambina di dodici anni può volere bene ad un adulto autorevole che si prende cura di lei con rispetto.

Quel pomeriggio non riuscii purtroppo ad incontrarlo, ma le sue parole al telefono furono affettuose e carezzevoli come quelle di un padre. E non mancarono di commuovermi. Ricordai che il professor Toller all’epoca aveva seguito con tenerezza e partecipazione le mie vicissitudini di bambina disperata: in seconda media avevo perso mia sorella Rosaria, di soli quattro anni, e tutto il mio mondo era andato miseramente in frantumi.

Ero schiacciata dal dolore, sola come soli erano tutti i componenti della mia famiglia, a combattere una lotta impari contro il dolore. Sola nel tentativo di sopravvivere a quella tragedia. Lui, con pazienza, riuscì a ricondurmi ad una situazione di lucidità e di calma interiore, a controllare le emozioni per riuscire, in qualche modo, ad accettare l’ineluttabile e a concludere l’anno scolastico. Mi stette vicino senza darlo troppo a vedere, mi lasciò piangere e mi consolò, proteggendomi dalla curiosità delle compagne; mi fece sorridere ripensando ai momenti lieti della mia breve ma intensa storia con Rosaria.

Mi sollecitò a parlare di lei, a raccontarne l’aspetto e il carattere, la malattia e la morte.

Parole troppo grandi per una ragazzina, pesi che non si possono portare senza l’aiuto di qualcuno. Si prese cura della mia adolescenza ferita e dello spaesamento, dell’incertezza che mi attanagliava. Dell’assenza di guida che in quel momento caratterizzava la mia famiglia. In qualche modo sostituì la figura paterna, concentrata sulla perdita della figlia prediletta. Percepivo mio padre, per la prima volta, come fragile e lontano, lui stesso bisognoso di conferme e aiuto. E pensavo che non mi volesse più bene. Mi facevo una colpa di essere viva, sana e forte. Di avere a tratti, e nonostante tutto, voglia di giocare e di ridere.

Al mio professore piacevano le mie guance lisce e tonde, ancora di bambina, colorate dal sole del lago, e mi chiamava affettuosamente “albicocca”, facendomi arrossire. Mi chiedeva:- Ma chi è la “Stella d’Oro” che dà il nome al tuo albergo? Sei tu?”. E io immancabilmente mi schermivo, spiegando che erano le mie sorelle le “stelle d’oro”.

In quel periodo disastrato e difficile della mia storia personale e familiare, quell’educatore colto e gentile, si sforzò di valorizzarmi, mi esortò a leggere, a trovare conforto nella poesia e nella letteratura. Mi fece declamare ad alta voce versi e poesie, Dante, Goethe e Leopardi. Mi insegnò a tirar fuori il dolore puntando sulle mie corde segrete, quelle che neanche io conoscevo ma che lui aveva perfettamente compreso: la parola scritta e narrata, che da sempre consola, che accomuna tutta l’umanità, oltre il tempo e lo spazio.

Ecco perché lo considero uno dei miei maestri. Da lui ho imparato che i sentimenti dei bambini vanno considerati, che non si devono mai sottovalutare i piccoli o grandi accadimenti della loro vita, che consolare non significa minimizzare. Che il dolore, così come la gioia, in tutte le gamme e sfumature possibili, riguarda l’infanzia e l’adolescenza in modo sostanziale. E bisogna averne cura. Così, quel pomeriggio, quarant’anni dopo, ancora mi feci accarezzare dalla voce del mio ormai anziano professore. Il professor Toller ha avuto una vita lunga e piena di soddisfazioni, tutte meritate, una bella e numerosa famiglia, figli, nipoti e pronipoti.

Mi piacerebbe che i suoi cari, a cui certamente mancherà molto, sapessero che tanti anni fa una ragazzina sperduta poté beneficiare del privilegio di averlo avuto come educatore, che non lo ha mai dimenticato e gliene sarà per sempre grata.

Lucia Coppola
consigliera provinciale di FUTURA2018

 

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