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Trento, 8 luglio 2008
CARO MARONI, HA MAI SENTITO L’ODORE DEI ROM?
di Lucia Coppola, dal Trentino di martedì 8 luglio 2008

Sono sempre stata attirata, sin da bambina, dalla società Romanò, che con la sua ricchezza e diversità etnica, culturale e linguistica rappresenta una nazione transnazionale, composta da un’infinità di comunità definite, con intenti spregiativi, “zingare” e omologate in un unico sentire: frange irregolari, sporchi; fannulloni, nomadi, dediti al furto, malati, pronti a delinquere.

Sono i nuovi “barbari”, coloro che non parlano ma balbettano farfugliano come erano considerati gli stranieri nell’antica Roma. Coloro che destabilizzano, con la loro “orizzontalìtà” di tende; carrozzoni, roulotte, la “verticalità” dei nostri palazzi, chiese, castelli, case grattacieli. Così definisce il loro habitat Alexian Santino Spinelli, docente universitario, musicista, poeta e scrittore rom. Ed è difficile, ora che le barriere religiose, etniche e sociali sono divenute il segno distintivo dì questo paese, non stare, per me, dalla parte degli “altri”: infedeli, eretici, stranieri, giudei, rom e sinti.  Il razzismo in Italia tende a diventare sempre più un dato di normalità e si sprecano le definizioni di razze buone e cattive. In un recente sondaggio dell’Unione Europea, alla domanda posta se si sarebbero sentiti a disagio avendo per vicini dei Rom, ha risposto affermativamente il 13% degli spagnoli, il 15 % dei francesi, il 22% degli inglesi e il 47% degli italiani. La media europea si attesta sul 24%.

Si chiudono gli occhi davanti ai potenti che infrangono le leggi, alla corruzione, al mal costume e si tengono ben aperti sui piccoli Rom. I bambini che abbiamo visto, strattonati e scacciati, con in mano i loro poveri giochi, fuggire dai campi nomadi di Napoli dopo che le loro abitazioni, baracche, erano state date alle fiamme ed i genitori umiliati, e in qualche malmenati, rincorsi da orde di stanziali e identificati con modalità tutt’altro che pacifiche dagli agenti di polizia che provvedevano agli sgomberi. Quelle immagini hanno fatto il giro del mondo, suscitando enorme scalpore, e ferito profondamente quanti di noi credono ancora alla dignità della persona. Su un giornale nazionale, a proposito di impronte, un giornalista faceva notare che certo non potrà più darle la piccola nomade a cui qualcuno ha messo in mano una bambola esplosiva.

Bambni. Ricordo Maila, di incredibile bellezza, arrivata nella mia scuola ad anno iniziato e dedita in tutti i momenti liberi alla lettura. Divorava, letteralmente, tutto quello che trovava, mentre i suoi compagni giocavano nelle ricreazioni. Guardava il mondo con occhi grandi e saggi. Allora si faceva chiamare  Rosa, per non sentirsi estranea, ma quando dagli armadi della scuola usciva qualche vecchio costume, nastri o stoffo colorate, allora tornava Maila e si addobbava come una principessa; iniziava così un suo ballo segreto sulle note di una musica che solo lei sentiva. Era facile, per me, immaginare allora suoni di nacchere ed armonie di flamenchi. Accampamenti sotto le stelle. Suscitò la nostra sorpresa, un mattino, la vista di un piccolino di prima che si presentò vestito da bambina, tutto pizzi e cuoricini, perché nella sua casa, la campina, quel giorno c’erano solo abiti di quel tipo. Ricordo anche quando tutti i componenti di una famiglia arrivarono a scuola con i capelli gialli per uno sciampo alla candeggina. E si sentivano molto affascinanti. Loro erano così: scarmigliati e imprevedibili, fantasiosi e intelligenti; di buona manualità. Selvaggi e bisognosi di normalità. Molto amati, checché ne dica il ministro Maroni che vuole toglierli dall’accattonaggio ma non sa dove mandarli, perché i campi nomadi no, le micro aree no, le case destinate agli italiani no. La luna può andare bene?

Lui non li conosce, sicuramente non ne ha mai accarezzato uno, non ha sentito il loro odore acre di fumo che parla di accampamenti e feste, più spesso di solitudine e emarginazione. Non sa quanto sono saggi, così saggi da sorprenderci con pensieri profondi, quanto sono provati dalla difficoltà della loro vita. Ma tutti, assolutamente tutti, sono consapevoli dell’assenza di futuro. La domanda “Cosa farai da grande?” è bandita perché accende lampi di inquietudine. Le ragazzine vanno incontro, con i capelli al vento e le gonne variopinte, alle loro precoci e devastanti gravidanze, alle elemosine con i loro piccoli; i maschi perdono presto la loro baldanza. Chi dà lavoro ad uno zingaro? Chi favorisce l’inserimento, oltre la scuola dell’obbligo, in attività propedeutiche al lavoro, in mestieri che sono propri della loro tradizione e che in altri paesi d’Europa vengono esercitati con soddisfazione di tutti, chi seleziona i giovani talenti musicali e artistici o le brillanti intelligenze di alcuni di loro per fargli proseguire li studi e toglierli da un sicuro destino di emarginazione?

Queste sono le cose da fare, altro che prendere impronte, “per il loro bene”! È un ordine pubblico che richiama norme fasciste sulle quali persino Rocco, nel 1930, preferì glissare. Poi quattrocentomila di loro “passarono per il camino”, nei tanti campi di sterminio nazisti.

“L’altro è sempre un pericolo, per questa piccola Italia fuori dal mondo e dall’Europa, che non ricorda più le stimmate del ventesimo secolo, i numeri marchiati sulla pelle, le stelle di David, i panni gialli sui cappelli, le leggi razziali che condussero milioni di persone alla morte sulla base di discriminazioni razziali.

Queste impronte, segni d’identità dei nostri giorni, hanno una lunga feroce storia, riducono l’essere umano a frammento, al segno su un polpastrello, alla retina, al Dna; si affidano alla genetica perché è più semplice che promuovere politiche di inclusione, che restituire dignità, che favorire l’uguaglianza. Che amare non solo i propri simili. Dice Stefano Rodotà: «Cade così l’antica premessa dell’habeas corpus, l’impegno sovrano a non mettere mano su un corpo che mai come oggi non possiamo intendere solo come fisicità».

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