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Trento, 7 giugno 2009
Lucia Coppola, una vita tra i bambini
Il ricordo del primo giorno di lavoro: «Avevo poco più di vent’anni e voglia di sperimentarmi»
La maestra va in pensione dopo 37 anni: «La scuola è stata la mia casa»

dal Corriere del Trentino di domenica, 7 giugno 2009


Dopo 37 anni di insegnamento, ha deciso di smettere. Lucia Coppola è stata soprattutto una maestra elementare, ma anche consigliere comunale, vice presidente del Forum trentino per la Pace, presidente dell’Associazione Pace per Gerusalemme, per 14 anni presidente del Consiglio Scolastico Provinciale. Ha vinto un premio di poesia ed uno per il testo «Il prato racconta». Ha scritto un libro sulla sua casa di Tremosine, «La casa sul lago » appunto. Una vita intensa che Lucia Coppola ripercorre in questa intervista.

Quando è maturata la decisione di andare in pensione?
«All’improvviso, dopo 37 anni di lavoro. Un tempo lungo, di cui vado fiera, perché ho sempre fatto l’insegnante e insieme molte altre cose. E ho capito che il momento era arrivato, che mi dovevo un po’ di attenzione, che avevo bisogno di un tempo 'liberato' che mi consentisse di recuperare energia, spazi di libertà e di riposo. Un tempo per me. Ho deciso definitivamente quando il mio alunno Michele mi ha chiesto quanti anni avevo e, alla mia risposta, mi ha rifilato la seguente battuta: ‘Madona! Me nona a zinquantatrè ani l’era za morta’». Così mi sono detta: «È davvero ora di andare».

Cosa ricorda del suo primo giorno di scuola?
«Avevo poco più di vent’anni, due bambini piccoli e tanta voglia di sperimentarmi. Nel nostro dna familiare, insieme ai panorami mozzafiato del Garda visto dalle rupi di Tremosine, c’è l’insegnamento. Sono arrivata a Roncegno con il pullman di linea; nella borsetta avevo una grossa sveglia che, pensavo, avrebbe dovuto segnare il tempo del mio nuovo lavoro. La sveglia, non si sa come, si mise improvvisamente a suonare alla fermata di Levi-co, tra lo stupore generale. Morii di vergogna. Ad attendermi c’era un’anziana signorina che era la mia collega nella classe a tempo pieno in cui prendevo servizio. Mi disse che io ero la maestra 'del pomeriggio' e suonò come una minaccia. Prese quaderni e astucci e li chiuse a chiave nell’armadio. E allora mi inventati una specie di do-poscuola. Andavamo a mangiare in un ristorante della zona e ricevevo bigliettini con profferte amorose dai camionisti di passaggio. Capii che quell’anno non avrei imparato a fare la maestra, ma anche che stare con i bambini mi piaceva tantissimo. E ha continuato a piacermi».

Cosa pensa di aver dato alla scuola e ai suoi alunni? E ricevuto?
«Penso, in tutta sincerità, di avere dato molto alla scuola e di averne avuto in cambio moltissimo. Questo lavoro mi ha dato senso di appartenenza, mi ha permesso di lavorare con colleghi straordinari, ha stimolato la mia fantasia e la mia creatività. Mi ha consentito di imparare insieme ai miei alunni e anche di imparare da loro. Mi ha dato allegria e forza nei momenti difficili della mia vita. La scuola è stata la mia casa, un porto sicuro dove mi sono sempre sentita utile e accettata. I tanti bambini e bambine che l’hanno popolata si sono affidati alle mie cure facendomi sentire unica e importante. Mi è piaciuto infinitamente insegnare a leggere e scrivere, quasi un miracolo che accade all’improvviso, una gioia, credo, per ogni insegnante. Ho faticato un po’, data la mia indole, a farmi in-gabbiare dalla burocrazia e dalla rigidità che ha caratterizzato la scuola negli ultimi anni. Mortificante e poco conveniente, alla fine, perché fa passare la voglia di lavorare. Ma per fortuna c’erano loro, i bambini, a ridare senso alle cose, a rimotivare».

Come sono i rapporti fra la scuola 'di tutti i giorni' e le istituzioni?
«I rapporti mi sono sembrati spesso carenti, distanti, emozionalmente e culturalmente, dalle esigenze e dai bisogni reali della scuola. Ho assistito a un proliferare di assemblee e organismi istituzionali, tutti molto simili, tutti molto caratterizzati da presenze 'governative' piuttosto che 'scolastiche'; tutti, alla fine, invisibili e inutili rispetto a decisioni che sono sempre state molto centralizzate. Così molti tra operatori e fruitori hanno cominciato a chiamarsi fuori, concentrandosi sul proprio vissuto quotidiano e cercando di parare i colpi delle tante riforme e controriforme».

Come sarà il tuo ultimo giorno di scuola?
«Ho paura di soffrire, di piangere. Mi mancheranno questi bambini che lascio, ahimè, in quarta. Mi mancheranno i colleghi, alcuni mi sono carissimi. Quel portone da varcare che mi ha dato dignità: la dignità del lavoro e l’indipendenza. Quel profumo di gessi, ragù e caffè che alle nove di mattina fa venire il voltastomaco. Il profumo del mio lavoro. Mi mancherà tutto. So che un groppo mi chiuderà la gola, mi conosco ».

E dopo?
«Oddio che paura. Io sono stata tante cose ma tra tutte so che sono stata soprattutto una maestra. Mi riposerò, credo. C’è in mezzo l’estate che attutirà il colpo. Ci sono i miei bellissimi nipotini. Ci sono i miei animali, i libri che ho messo da parte. C’è la scrittura che è la mia valvola di sfogo e il mio conforto. Ci sono i miei affetti familiari spesso trascurati. E ci sono io. Forse la scuola non uscirà del tutto dalla mia vita. C’è la politica, l’altra mia grande passione. Ci sono luoghi da visitare, musei, mostre, conferenze, le lingue straniere. Andare al mercato di mattina, mai potuto, in un bar del centro a leggere il giornale. La piscina, le passeggiate in montagna. Penso a piccole cose. Da queste partirò per ricominciare. Consapevole di avere avuto tanto: un meraviglioso lavoro che farà sempre parte di me».

 

      Lucia Coppola

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