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Mi sembra doveroso, in tempi di migrazioni epocali e mentre le tristi vicende dei profughi che fuggono dalle guerre che imperversano nel mondo dividono il nostro Paese e l'Europa, ricordare un centenario.

Il centenario dell'arrivo dei profughi trentini nelle terre dell'Europa dell'Est, a seguito dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Furono oltre settantamila a partire da vari luoghi del Trentino verso il Tirolo, il Salisburghese, la Boemia, la Moravia, e vissero lontani dalle loro case, dal lavoro, separati negli affetti e frammentati in un territorio vastissimo. Le famiglie furono divise, i bambini frequentarono, quando fu possibile, le scuole dei luoghi dove erano sfollati.

Nelle memorie narrate a voce, nelle lettere dell'epoca, spesso commoventi e intense, viene ricordata e riconosciuta la buona e generosa ospitalità verso gran parte di questi sventurati, poveri rifugiati: per lo più donne, anziani e bambini.

Accoglienza e solidarietà caratterizzarono molte delle dolorose esperienze di vita dei trentini, che pure facevano i conti con le comprensibili difficoltà economiche ed esistenziali, in tempo di guerra, delle stesse comunità ospitanti.

Altri, in alcune zone dell'Impero, incontrarono ostilità e sofferenze nei campi profughi baraccati di Mitterndorf e Braunau, con condizioni di vita durissime, segnate da promiscuità, malattie, freddo, mortalità elevatissima tra bambini e anziani.

I più fortunati furono quelli che trovarono sistemazione presso famiglie contadine, in paesi agricoli, con migliori possibilità di alimentarsi e riscaldarsi, di socializzazione e scambi con la popolazione. Si crearono così legami forti che durarono nel tempo, dopo la partenza e il ritorno a casa. Conservo cartoline e foto con dedica di giovani donne spedite alla nonna di mio marito, partita all'epoca con un bambino di pochi mesi, un fagotto e il lavoro a maglia appena iniziato.

A tutt'oggi focolai di guerra, oltre che in varie parti del mondo, sono presenti, e sono stati presenti, anche dopo la Seconda Guerra mondiale, nella nostra Europa. Dopo la disastrosa guerra nei Balcani, oggi la guerra in Ucraina vede ancora la popolazione costretta ad abbandonare le proprie case. Ed ecco perché, proprio nel centenario, che sta per concludersi, della grande catastrofe che attraversò il mondo non è possibile non considerare, anche alla luce di tutto quel dolore, la drammatica, lacerante, disastrosa condizione di milioni di profughi che giungono quotidianamente e nei modi più rischiosi in questa nostra Europa, civile e generosa spesso nell'accoglienza delle popolazioni, fredda, burocratica e ostile, inconcludente, nelle sue istituzioni, nelle politiche nazionali degli stati membri.

Troppe disparità, ingiustizie, guerre, dittature oppressive, conflitti opprimono e annientano le popolazioni civili. Perciò il dovere della memoria è per noi un obbligo e un monito che deve accompagnarci nel gestire e affrontare con la ragione e il cuore, con lucidità e coraggio, ciò che sta accadendo. La lezione che ci lasciano i trentini di allora, quelli che fa affrontarono il primo conflitto mondiale, sono soprattutto quelle, di grande attualità, che ci ricordano il dovere dell'accoglienza, della solidarietà e della pace. La lotta alle disparità sociali e alle ingiustizie, il valore della libertà, il rispetto dei diritti umani e il dialogo interetnico, interreligioso e interculturale stanno alla base della pace tra i popoli e tra le persone.

Se cent'anni fa, con lontananze enormi e lentezza comunicativa ora per noi neppure immaginabili, incontri umani, ancora oggi ricordati nei tanti gemellaggi con le città e i paesi che all'epoca ci accolsero, furono possibili, una fiammella di speranza ci conforta e ci incoraggia in questi tempi difficili, complicati, spesso laceranti dove a fare la differenza sono proprio le persone di buona volontà e le singole comunità che, a partire dalla democrazia dal basso, ci riportano alla nostra comune umanità.

 

      Lucia Coppola

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