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Trento, aprile 2012
Acqua e acquedotto. Il convegno di Trento
di Lucia Coppola, consigliere comunale Verde a Trento

Il Sindaco del Comune di Trento, Alessandro Andreatta, ha promosso un incontro pubblico sul tema dell'acqua che si è tenuto il 31 Marzo presso Palazzo Geremia ed ha visto una nutrita  partecipazione di pubblico. Il titolo era “Verso la ripubblicizzazione dell'acqua”. Un tentativo certo apprezzabile di approfondire una tematica molto sofferta e sulla quale c'è estrema attenzione da parte dei cittadini anche a seguito del Referendum del 2011.

Ora noi sappiamo che aspetti tecnici e societari hanno determinano cambiamenti a prescindere dall'esito di quei referendum: non si possono più affidare a DE determinati servizi in modo diretto (tra l'altro il Comune è socio di DE al 5,8%,  e socio di  FIN- Dolomiti al 21% in un sistema di complicate scatole cinesi)) sulla base della normativa europea che consente  una scelta possibile tra le società in house e l'auto-produzione, con le Aziende Speciali.

Prima dei Referendum non c'era scelta possibile, si imponeva la gara, ora incostituzionale per tutti i servizi. Nessuno obbliga dunque il Comune a gestire l'acqua in modo totalmente pubblico, ma certo questa è una scelta possibile. Il nostro Comune sta agendo ora nella convinzione che la modalità in house  sia equivalente a quella in economia o mediante aziende speciali, e molti degli interventi del convegno hanno avvalorato questa tesi, ma è nei fatti, e non  solo opinione diffusa, che le S.p.A. a capitale pubblico siano, a causa della loro natura giuridica, entità  private su cui il controllo  è impossibile perché chi ne risponde è un consiglio di amministrazione.

Esiste la concreta possibilità che, evitato col successo referendario  l'obbligo di avere il socio privato almeno al 40%, una maggioranza qualsiasi  di capitale  in una S.p.A. possa cambiare la natura e la gestione della stessa. Come ha ben spiegato Corrado Oddi  del Forum italiano Movimenti per l'Acqua. E' certo infatti che non sarà semplice, né tecnicamente né politicamente, modificare la natura gestionale delle società in-house, una volta avvallata questa scelta, perché la vocazione al profitto è  nella storia e nelle modalità profondamente radicate delle S.p.A.

Ma il referendum lo ha espressamente vietato: non si possono far profitti con l'acqua. Su questo la Corte Costituzionale è stata chiarissima ed esiste il rischio concreto di incappare in una declaratoria di incostituzionalità, come è accaduto a Bolzano e in Lombardia. E' necessario, infatti, mettere definitivamente in sicurezza  l'acqua pubblica, massimizzando il valore d'uso al posto del valore di scambio.

Per contro, le azioni di società in house possono essere vendute, e sono in balia della maggioranza che sta governando e che può cambiare a seconda del voto dei cittadini. Se dovesse passare una sensibilità diversa nei confronti dei beni comuni, l'entrata dei privati  nella compagine societaria metterebbe seriamente e rischio la sovranità delle popolazioni sul bene “acqua”. Inoltre, la crisi internazionale delle riserve idriche potrebbe compromettere i territori che, come il nostro, ne sono ricchi. Per questo sarebbe utile che il Comune di Trento dichiarasse il servizio idrico di sua competenza, come servizio di interesse generale non economico, sottratto perciò alle regole del mercato. Con una delibera che si allinei alle decisioni della Corte Costituzionale, alle indicazioni dei giuristi referenti dei Movimenti per l' Acqua, alle norme europee. Ma questa strada, la più naturale e la più logica, pare che non si voglia  percorrerla.

La delibera comunale del 2011, che io non ho votato, con un atto di indirizzo ha previsto di gestire il servizio con una società in-house, ripubblicizzando le reti. Ugo Mattei, giurista, ex docente all'Università di Trento e ora professore a Torino, estensore insieme ad altri dei quesiti referendari contro la privatizzazione dell'acqua, è stato ascoltato nei mesi scorsi, in video conferenza, dalla commissione vigilanza del comune di Trento, ed ha affermato in modo chiaro che non si può acquistare, a 37 milioni di euro! (o forse 42), con soldi pubblici, ciò che essendo proprietà demaniale dovrebbe essere pubblico per legge. In poche parole, le reti idriche non possono essere né essere state di proprietà dei privati. E' una violazione evidente della Costituzione e una  grande  responsabilità di fronte ai propri cittadini elettori e alle generazioni future. Di Trento sappiamo che nel 1927 il Comune, a causa di una situazione debitoria, aveva conferito nella SIT l'acquedotto e la rete del gas, imponendo alla Sit l'obbligo di implementare e e fare investimenti con la propria cassa. Nel 1927 aveva quindi pagato i debiti con 50 milioni ma gli restavano l'82% delle azioni. Che fine hanno fatto? Ci piacerebbe sapere che cosa è successo davvero. 

E' stato comunque, secondo Ugo Mattei, un atto “contro legem”, compiuto in pieno regime fascista e quindi con scarsa partecipazione popolare alle decisioni assunte. Questo è stato il  peccato originale. Va anche detto che il demanio non può essere soggetto ad usu capione, La Corte Costituzionale ha ribadito con forza che il demanio è incedibile, inalienabile, intrasferibile. L'acquedotto di Trento appartiene ai cittadini di Trento in quanto tali, perciò è stato messo a bilancio da DE un bene che non gli appartiene. E che deve essere restituito.

Ora, la fusione con Rovereto, il cui sindaco parlando al convegno si mostrato attento alla collaborazione con la società civile, e altri 15 comuni nella New Co ha comportato una riduzione della partecipazione e la necessità di ripubblicizzare le reti dell'acquedotto attraverso la loro inclusione nel ramo d'azienda oggetto dello scorporo. Ha previsto pure la vendita a Fin Dolomiti Energia s.r.l. di azioni ora detenute dal Comune di Trento, al quale procurano introiti significativi (dai 700 mila ai due milioni di euro); potrebbe inoltre autorizzata, secondo una delibera che è stata sospesa,  la prestazione di garanzia fidejussioria da parte del Comune di Trento a favore della nuova società, per l'ammontare di 15 milioni di euro (al fine di reperire i finanziamenti necessari al riacquisto delle reti).

Per essere un Atto di Indirizzo, quello che ci era stato presentato lo scorso anno si configura davvero in modo molto pesante, prescrittivo e vincolante. Il tutto senza che si sia ritenuto “opportuno procedere all'elaborazione di un piano di sviluppo industriale dettagliato della nuova società, che presuppone a sua volta la definizione del perimetro aziendale, l'individuazione del personale da trasferire, del valore dei rami di azienda che saranno oggetto di scorporo, delle azioni di Dolomiti Energia e del conseguente ammontare del mutuo da contrarre, prima dell'approvazione degli indirizzi da parte del Consiglio comunale. Visti i costi procedurali ed economici che tale operazione comporta”.  Un vero e proprio salto nel buio. La questione delle reti certo è spinosa, ma il demanio, come diritto dei cittadini sui beni pubblici, non è mai stato toccato da trasformazioni storiche dal 1804 ad oggi ed è di discendenza napoleonica.

Tante erano le cose che si potevano e si possono fare: consulenze serie e perizie che valutino lo stato delle tubature e degli impianti, gli investimenti fatti sin qui dal Comune di Trento, l'effettivo valore di un bene pubblico che non ha mercato, se non quello di tornare ai cittadini di Trento, come bene comune legato al diritto di approvvigionarsi e utilizzare l'acqua pubblica che appartiene a tutti. Quante e quali sono le strade effettivamente perseguibili? Sicuramente molte. Si è giustamente parlato di congelamento (lasciare le cose come stanno), di esproprio ( ma non si può espropriare ciò che già ci appartiene!) di affido, di affitto. O  di semplice restituzione di quanto tolto all'epoca alla collettività trentina in modo non legittimo. Un atteggiamento più responsabile che si avvalga del parere autorevole di giuristi ed esperti in materia, consentirebbe di sgravare il Comune di Trento da una spesa  insostenibile, soprattutto in tempo di crisi. E di preservare i cittadini dall'aumento inevitabile e consistente delle tariffe.

La Corte Costituzionale potrebbe in qualsiasi momento far valere le responsabilità erariali di chi sta governando, per cattivo utilizzo di soldi pubblici. Soprattutto in un  periodo di crisi finanziaria così pesante e di scandali continui, anche in Trentino, figli della cattiva politica. Quando finisce un affidamento i titoli vanno restituiti. Per quanto riguarda il nostro Comune, la decisione (dare risposta alla volontà referendaria dei cittadini) è buona, ma si sta correndo, temo, ancora nella direzione sbagliata. Come ben evidenziato nel corso del convegno dall'assessore all'ambiente della provincia di Reggio Emilia, il confronto con i cittadini, i comitati, la società civile è uno strumento indispensabile per gli amministratori locali per assumere decisioni condivise e giuste per tutti. Loro lo stanno facendo.

La piena realizzazione del voto espresso col referendum da 27 milioni di italiani tra cui 11mila trentini, necessita di un surplus di democrazia e di pareri autorevoli e davvero super partes. La questione non è solo economica, attiene in modo sostanziale ai diritti di cittadinanza legati ai “beni comuni”.

Lucia Coppola
consigliere comunale Verde a Trento

 

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