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Trento, 8 marzo 2015
Agli uomini che ci amano (davvero)
di Lucia Coppola
dal Trentino di domenica 8 marzo 2015

Pochi giorni fa, il simbolo per antonomasia delle ragazze emancipate e trasgressive occidentali degli anni ’60 e ’70, la minigonna, è stata indossata dagli uomini Turchi come protesta e forma di identificazione con le donne violate, stuprate, molestate, riportando l'attenzione del mondo sul dolore e sulla sistematica sopraffazione di tante donne. Erano gonne di tutti i tipi, alcune di foggia scozzese, altre di denim, colorate, folli, prese in prestito dagli armadi delle mamme, delle sorelle, delle mogli, delle amiche. Le hanno portate orgogliosamente, da uomini, tenendo per mano e sulle spalle i loro bambini, sfilando nei cortei e lanciando un messaggio chiaro e forte: non si può più tacere. È stato un gesto simbolico di grande valore, di grande impatto mediatico, un’immagine di speranza per tutti coloro che individuano nella discriminazione di genere e nella violenza l'esempio più evidente dell'inciviltà e dell'ingiustizia in tutto il mondo. Questa forte presa di posizione, seguita al brutale stupro e assassinio di una studentessa di Mersin, ennesima vittima nella Turchia di Erdogan, segna una sorta di linea di demarcazione che vale più di mille parole e dichiarazioni di intenti.

E parte da un paese dove proprio il presidente, in un convegno, ha recentemente affermato che considerare uomini e donne sullo stesso piano è contro natura perché «i due generi sono diversi per indole e costituzione fisica: le donne devono fare le madri». Penso che ci sia voluto davvero molto coraggio, forza, lucidità in quei giovani uomini dai volti seri nonostante il travestimento, consapevoli che il loro paese si colloca al centotrentaseiesimo posto per quanto riguarda la parità di genere, con una violenza domestica di dieci volte superiore a quella registrata nei paesi europei.

Non è un caso che la minigonna della ragazza uccisa barbaramente sia stata considerata da alcuni la causa dello stupro, in qualche modo dunque giustificato dalla provocazione delle gambe un po’ scoperte!

Penso anche che l'Italia, purtroppo, non abbia niente da insegnare quanto a diritti delle donne e spesso abbiamo assistito nel corso degli anni a sentenze analoghe che giustificavano gli aggressori e condannavano le vittime a partire dal loro abbigliamento. In questa giornata di fiori, convegni, feste e poesia, penso che debbano essere proprio loro, gli uomini, a fare le riflessioni più approfondite, una per ogni fiore di mimosa che regaleranno o che vedranno sulle bancarelle dei fiorai.

A ragionare sulle disparità e sulle disuguaglianze inspiegabili, ma soprattutto sul femminicidio e sui maltrattamenti che segnano pesantemente e quotidianamente, come una vergogna senza fine, il nostro paese.

Non andrebbe lasciata cadere la bella iniziativa di qualche tempo fa che aveva per sigla una affermazione perentoria: NOI NO! Una campagna di sensibilizzazione, nata a Bologna, che intendeva spingere gli uomini ad assumersi le proprie responsabilità: nel mondo del lavoro, a scuola, in famiglia, nell'esempio che si dà ai propri figli, in come li si indirizza e li si educa.

Alla modalità di relazionarsi con le donne, che non necessariamente si manifesta in modo violento: può essere di tipo psicologico, come la sistematica svalutazione, l'irrisione, il rifiuto di dare il proprio sostegno e l'aiuto nel lavoro di cura della casa, dei figli, degli anziani, l'ostentazione di superiorità, le umiliazioni inflitte. L’8 marzo invita alla festa, certo, ma anche a una riflessione profonda, a una presa di distanza, a un cambiamento che parte da se stessi per diventare istituzionale, politico, sociale. Deve essere trasformazione, nuova consapevolezza.

 

      Lucia Coppola

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