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Trento, 8 marzo 2012
8 MARZO 2012: LE DONNE E I BENI COMUNI
di Lucia Coppola
pubblicato (in versione ridotta) su l'Adige di giovedì 8 marzo 2012

E' sempre più visibile la vicinanza etica e la partecipazione delle donne alle battaglie in difesa dei beni comuni. La loro adesione generosa e convinta per la salvaguardia di ciò che per definizione appartiene a tutti, delle risorse che non devono avere restrizioni nell'accesso perché sono indispensabili alla sopravvivenza, è una ricchezza per la politica e per la società.

Il tema dell'acqua, di questi tempi molto dibattuto per la sua centralità e per la necessità di adeguare le politiche degli enti locali agli esiti referendari, quello dell'energia, il riscaldamento globale, la tutela del territorio e del paesaggio, la depauperazione di ecosistemi e la perdita della bio-diversità, hanno reso il tema dei beni comuni, particolarmente sentito. I beni comuni sono quanto di più vicino all'esistenza di tutti ma soprattutto delle donne che, quotidianamente, fanno i conti con le risorse che devono circolare al di fuori del mercato e sulle quali non è possibile né giusto fare profitti. Né a livello pubblico né a livello privato. I beni comuni hanno a che vedere con i diritti sociali e non sono una scoperta degli ultimi anni. Già nel 1968, il filosofo Garret Hardin in un suo articolo, “La tragedia dei beni comuni”, fece il punto sulla centralità per la politica, l'economia e i diritti, dell'uso corretto ed equo delle risorse. E descrisse la metafora della pressione determinata dalla crescita incontrollata delle popolazioni umane sulle risorse terrestri. L'eterno dilemma tra il consumo indiscriminato di pochi, i limiti posti dal nostro pianeta e i bisogni di molti era risolvibile, secondo Hardin, in un compromesso tra interessi individuali e utilità collettiva, con l'intervento di un'autorità esterna, lo Stato. Altri pensatori hanno successivamente rilevato che tanto la gestione centralizzata e autoritaria dei beni comuni quanto la loro privatizzazione non costituiscono la soluzione. In molti casi sono proprio le singole comunità ad essere riuscite a evitare conflitti improduttivi e a raggiungere accordi su utilizzazioni sostenibili delle risorse comuni. Il ruolo delle donne in questi processi di democrazia dal basso è stato rilevante. Ora siamo tutti più consapevoli dell'interdipendenza che a livello globale ci lega gli uni agli altri e del fatto che la limitatezza delle risorse non riguarda più solo il Sud del mondo. In questo percorso di presa di coscienza e responsabilizzazione sono state proprio le donne dei continenti più deprivati e sofferenti a comprendere a pieno la gravità della situazione e a rimboccarsi le maniche. Non a caso proprio a tre donne africane è andato il Nobel per la Pace nell'ottobre 2011. Sono la presidente della Liberia Ellen Johnson Sirleaf e la connazionale Leymah Gbowee, avvocato, che hanno contribuito alla fine della guerra civile  e alla transizione verso la democrazia del loro paese. Con loro c'è la giornalista yemenita Tawakkol Karman, simbolo degli attivisti che hanno animato la primavera araba. Un premio ex-equo. In più di un secolo di storia solo 14 donne sono state premiate con il Nobel.

Anche “la rete”, e più in generale la comunicazione e l'informazione, fanno parte della categoria dei beni comuni immateriali.

E' uno spazio pubblico al quale tutte e tutti hanno diritto di accedere. La crescente femminilizzazione della povertà e però una prima discriminazione. La seconda è il complicato rapporto di molte donne con la tecnologia, il senso di inadeguatezza, la paura del nuovo. Questi luoghi virtuali sono importanti perché consentono comunicazione e organizzazione tra donne libere. Non vi è sempre la garanzia che non passino contenuti sessisti e discriminatori, di basso profilo, ma vi è la possibilità per tutte di un “attraversamento”, di un passaggio nelle cose del mondo; sono veicoli di cultura e permettono di organizzare velocemente incontri, sit-in, manifestazioni, scambi di opinioni e parole d'ordine. Dunque, preziosi.

Cristine Delphi, filosofa femminista, afferma che il modello che determina la separazione tra pubblico e privato è funzionale ai sistemi dominanti, e ritiene che debba essere raggiunto quello che fu il più rivoluzionario slogan del movimento delle donne negli anni '70 e cioè: “il personale è politico”: per ribadire che le regole che valgono per la sfera pubblica non possono essere differenti nel privato. Anche l'etica della politica, dunque, è un bene comune. Certo in molte e molti ricorderanno come, nelle vicende del cavaliere di Arcore, i suoi strenui difensori ripetessero in continuazione che “ciascuno nel proprio privato è libero di fare ciò che vuole”. Ma furono proprio le donne a ribadire con forza nelle manifestazioni indimenticabili e decisive di “Se non ora quando?” che la dignità della donna, i comportamenti di persone pubbliche, i valori e la moralità non finiscono sull'uscio di casa.

Anche i principi, tra tutti cito quello di eguaglianza, fanno parte dei beni comuni. E non si tratta solo di edulcorate “pari opportunità” pensate a tavolino da donne per lo più liberate e concesse con magnanimità da uomini lungimiranti e democratici. Intese come semplici accomodamenti, pur necessari, dentro sistemi immutabili.

Si tratta piuttosto di agire sull'esistente, sovvertendo pensieri e atteggiamenti, modi di vivere “l'altra da sé”, familiari, individuali e collettivi, che determinano ineguaglianza di genere e asimmetria di potere. In qualche caso, violenza e annientamento fisico. Serve ancora ricordare che in Italia muore di morte violenta una donna ogni tre giorni, nella grandissima parte dei casi per mano di familiari stretti?

A noi donne, condannate a essere “il secondo sesso” a prescindere, per dirla con Simone de Beauvoir, se non altro in quanto esseri umani, piacerebbe che almeno la parte più illuminata del genere maschile agisse insieme a noi il cambiamento.

E sono proprio l'azione e il sentimento a caratterizzare le donne nella difesa dei beni comuni. Sempre più numerose intraprendono percorsi di formazione e auto-formazione per ridistribuire conoscenza, saperi e consapevolezza di sé e di ciò che le circonda. Il sentimento è quello dell'empatia, intesa non solo come capacità di “mettersi nei panni degli altri”, ma anche di imparare a prendersi cura di sé e del mondo. Nel prossimo giugno, a Rio de Janeiro si terrà la conferenza “Rio + 20”, il summit delle Nazioni Unite sullo sviluppo sostenibile. I temi all'ordine del giorno sono quelli cari a molte di noi: sicurezza alimentare, acqua, energia, green economy, inclusione sociale, cambiamenti climatici, finanza etica, accesso alla cultura. Questa è, nelle intenzioni dichiarate, una sfida etica per ridefinire che il futuro del mondo, e dell'umanità, non può essere ridotto solo a “economia verde” o, peggio, a “capitalismo verde”, a una governance di tecnici, per quanto illuminati. In assenza di democrazia, di diritti e di buona politica nella gestione dei beni comuni. In qualche modo questa è anche una sfida di genere, perché l'attuale modello di sviluppo si fonda attualmente su diseguaglianze politiche, economiche, sociali, ambientali e culturali tra uomini e donne. Le donne del Nord e del Sud del mondo, dal canto loro, pur con estrema difficoltà, stanno dentro il cambiamento che è parte integrante della crisi globale. Vivono con disperazione la perdita di posti di lavoro, che le riguarda in via prioritaria, l'essere una variabile di aggiustamento nel mercato del lavoro, la strumentalizzazione del loro ruolo sociale, la crescente precarizzazione che condiziona scelte di vita, lo smantellamento dei servizi collettivi. Vedono cumulare responsabilità tradizionali e nuove, lavori domestici, cura di bambini e anziani, adeguandosi ad un abbassamento del tenore di vita, sottoponendosi ad altri pesanti sacrifici, tornando alla solitudine delle case. La fatica delle donne. E allora chi può negare che anche il lavoro, in qualche modo, sia un bene comune? Nei paesi poveri, l'erosione della bio-diversità, la mancanza di acqua, di strutture sanitarie e igieniche, la desertificazione incombente e i numerosi e sanguinosi conflitti riguardano sempre più la vita delle donne. Ecco perché credo che stare dentro la storia, i pensieri, le lotte per la difesa dei beni comuni, della pace e per uno sviluppo sostenibile è “una cosa da donne”. L'accesso egualitario ai processi decisionali è condizione fondamentale della buona politica così come il confronto, per contare e per incidere, coi movimenti, con le forze sindacali, politiche e civili, nelle istituzioni. E questo problema, di non esclusione, devono porselo anche gli uomini. A noi, come al solito, resta tanto da fare: la strada è sempre in salita!, ma la intraprendiamo con passo fermo, con determinazione, senza perdere la tenerezza né la speranza in un mondo migliore per tutti.

Buon otto marzo a tutte le donne!

Lucia Coppola

 

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